Home Ricerca Mi racconto

Citazioni

 

La perla di grande valore
giace profondamente nascosta.
Come un pescatore di perle,
tuffati, anima mia,
immergiti nel profondo!
Spingiti ancor più in fondo e cerca!
Forse non troverai niente la prima volta.
Come un pescatore di perle, anima mia,
insisti, insisti ancora, senza stancarti,
immergiti nel profondo,
sempre più in fondo, e cerca!
Quelli che non conoscono il segreto
rideranno di te,
e tu ne sarai rattristao;
ma non perderti di coraggio,
pescatore di perle, anima mia!
La perla di grande valore è nascosta,
nascosta nel profondo.
La fede ti aiuterà a trovare il tesoro,
e porterà finalmente alla luce
ciò che era nascosto.
Immergiti nel profondo, sempre più in fondo,
come un pescatore di perle, anima mia,
e cerca, cerca senza stancarti!

Swami Paramananda

Ultimi Eventi

No current events.

Chi è online

 6 visitatori online
Facebook
Mi racconto PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Reduzzi   
Martedì 28 Luglio 2009 15:21

Radice

albero

"Sono solo una vecchia radice

Ma forse posso insegnarti qualcosa.

Come puoi vedere, gli ostacoli che ho incontrato

durante  il mio percorso di vita hanno lasciato il loro segno su di me.[1]

Tuttavia, senza alcuno sforzo, ponendo la flessibilità contro la durezza e la forza,

li ho saputi superare.

E gli ostacoli, che non volevano lasciarmi entrare negli eventi, come puoi vedere,

sono stati intrappolati in me ed ora non possono uscire più.

Comunque, loro non mi disturbano.

Al contrario, mi rendono ancora più bella'"

 

E’ da qualche tempo che volevo scrivere qualcosa sulle mie esperienze.

Ultimamente, anche conseguentemente a forti cambiamenti di vita, ho deciso che i tempi erano ‘maturi’ per farlo.

Spesso nei mesi passati risuonava in me la prima terzina dell’Inferno di Dante:

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

chè la diritta via era smarrita”

Questa è una frase universalmente valida ed estremamente attuale. Tutti noi, prima o poi, dobbiamo fare i conti con il contradditorio, con il “diverso” rispetto a ciò che ipotizzavamo noi, con l’”ombra”, per dirla con Jung.

Ebbene, la selva, il bosco, sin dalle fiabe più antiche (Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel) rappresenta sempre lo smarrimento o il necessario passaggio dell’individuo dalla fase dell’innocenza all’adultità. Nel bosco, infatti, i protagonisti fanno spesso esperienze connotate di negatività (Cappuccetto Rosso incontra il lupo, Hansel e Gretel incontrano difficoltà) ma, nel momento in cui i protagonisti riescono a superare gli ostacoli, potranno entrare in uno stato esistenziale, “coscienziale”, più adulto, ulteriore insomma.

Cosa sottende un lavoro autobiografico?

Il lavoro autobiografico vale come self-empowerment, ovvero come strumento utile per la cura di sé e la crescita dell’autostima personale. La pratica autobiografica è un valido strumento per la ricomposizione della propria identità, un viaggio formativo necessario per accettare se stessi, un passo decisivo per recuperare il proprio potere personale.

Lo spazio autobiografico è una stagione: è il tempo della tregua, non ci colpevolizza rispetto alla nostra molteplicità. Non è una vacanza, è il tempo della sutura dei pezzi sparsi; è il tempo in cui uno dei nostri io si fa tessitore. Scrivendo si ottiene inoltre una visione da lontano (bilocazione cognitiva) che consente di leggere la propria storia con occhi nuovi, con lo sguardo altrui, con la possibilità di entrare e uscire dal racconto di sé. La memoria pesca nei ricordi e li ricompone secondo una sapiente teleologia retrospettiva (Brockmeier) per cui: “the past of a life becomes ordered in the light of the present.”

La scrittura autobiografica ridona gradualmente un senso al nostro vissuto. Il lavoro autobiografico è dunque un’ad-ventura cognitiva ed emozionale continua, ma anche una traduzione interpretativa che consente di accogliere la complessa molteplicità dell’identità. Fare ‘self-accounting’ porta di fatto a conoscersi meglio e a cambiare, evitando pericolose crisi e dispersioni (Schettini). Il racconto di sé investe anche il mondo dell’empowerment, che eredita il principio di costruzione identitaria e coltivazione di sé insito nella Bildung ma pone maggiore attenzione sulla capacità attiva dell’individuo di trasformarsi ad artefice del proprio destino. Darsi forma, mediante l’esperienza delle proprie potenzialità, significa rafforzarsi e responsabilizzarsi. C’è un momento nella vita in cui si avverte il bisogno di raccontarsi, e questo indica un’importante tappa verso l’adultità cognitiva.  Attraverso la tregua autobiografica, l’individuo inizia a tessere lentamente la tela della propria identità, a integrare il possibile e a giustificare ciò che resterà al margine della sua esistenza. Demetrio individua cinque poteri curativi propri dell’autonarrazione: la dissolvenza è quel sentimento di distacco benefico, dato dal ricordare immagini sfumate, che concede alla memoria di trasfigurare i ricordi più amari; il potere comunicativo della convivenza si esplicita invece nel raccontare se stessi agli altri; la ricomposizione crea una rete dialogica tra i ricordi e dona la sensazione di “tenersi assieme”; l’invenzione è legata alla scoperta di essere artefici e manipolatori del proprio immaginario autobiografico; infine la spersonalizzazione si rivela al termine del viaggio autobiografico nell’impossibilità di delineare i confini netti della personalità.

La dissolvenza è una conquista graduale.

Il potere del racconto autobiografico più prezioso appare quello ricompositivo. Il quarto potere, ovvero l’invenzione, è legato al processo della scrittura. Le nostre mani forgiano segni che parlano di noi, ma che sono già altro rispetto a noi. La nostra vita diventa una rappresentazione(E.Lascialfari)

Le pregnanze sono invece quei ricordi scelti in base alla loro significatività

 

Per ulteriori info, consultare:

http://www.donneinviaggio.it/articoli2.asp?id=285

Come asserisce Duccio Demetrio, in “L’autobiografia come cura di Sé”: Arriva un momento nell'età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po' d'ordine dentro di sé e capire il presente; per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, l'autobiografia di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l'esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto. Sperimentiamo così il "pensiero autobiografico", che richiede lavoro, coraggio, metodo, ma può procurare, al contempo, non poco benessere.


[1] Non esiste creatura vegetale più bella e misteriosa dell’albero d’ulivo.
L’ulivo non ha la fierezza della quercia, albero maestoso che si erge alto fino a quasi toccare il cielo, non ce l’ha, “l’albero dell’olio” è tozzo, basso, spesso deforme, eppure una cosa lo accomuna “all’albero di roccia”, si tratta della forza. I due alberi la esprimono sicuramente in modo diverso l’uno dall’altro, ma quel vigore è presente in entrambi i vegetali ed è ciò che rende entrambi resistenti allo scorrere dei secoli. In effetti, ad uno sguardo sfuggente la forza dell’ulivo non è affatto evidente, spesso il suo fusto è profondamente scavato, presenta larghi squarci al suo interno e la sua posizione è talmente contorta da far credere che da li a poco il suo tronco potrebbe cedere alla forza del vento.
Eppur non cede e le sue radici rimangono aggrappate saldamente alla terra da cui è nato, con ostinazione, per secoli, addirittura millenni.
Ma l’albero d’ulivo ha un’altra caratteristica assente negli altri vegetali, questa pianta, che cresce rigogliosa in mezzo alle pietre e spesso in situazioni climatiche difficili, ha un “qualcosa” che la accomuna agli esseri umani.
Infatti, proprio come gli esseri umani, ogni pianta d’ulivo è diversa dall’altra, ognuna è facilmente riconoscibile perché dotata di qualche “segno particolare” e poi, esattamente come noi, la pianta d’ulivo dimostra tutta la sua vecchiaia: con il passare degli anni si incurva, si spacca, si contorce su se stessa nel tentativo di “resistere”, al vento, al sole, a tutte le fatiche della vita.
Anche i suoi frutti non hanno lo stesso sapore, dipende dagli anni, dal suo umore, forse da come ha “vissuto” sulla sua corteccia il tempo passato dall’ultima raccolta, ed è per questo che a volte le sue olive sono più acide, altre volte invece dolci come il miele e profumate.
Ogni albero è una scultura, osservando le pieghe del suo legno è facile risalire alla sua età e comprendere chiaramente le fatiche di cui si è fatto carico.
Sarà per questo che le storie del Vangelo ci raccontano di Gesù che scelse proprio l’ombra di un ulivo per la sua ultima preghiera prima del tradimento di Giuda, ed è forse per questo che al vecchio Noè fu mostrato proprio un albero d’ulivo per fargli sapere che la vita stava tornando sulla terra dopo il diluvio universale che aveva distrutto ogni cosa del creato.
Forse semplicemente l’albero d’ulivo è citato tanto spesso soltanto perché da sempre presente in quelle terre d’oriente così martoriate. Se questa pianta avesse occhi e bocca chissà quanto potrebbe raccontarci, ed ancora oggi chissà cosa direbbe di questa guerra, costretto com’è dalle sue radici ostinate ad essere spettatore impassibile ed impotente, proprio come noi occidentali, di spettacoli di morte?
Saranno dolci o amari i frutti che gli ulivi di Gerusalemme ci doneranno quest’anno?

Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Agosto 2009 10:57