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| Scritto da Elena Reduzzi | ||
| Martedì 28 Luglio 2009 15:21 | ||
Radice
Spesso nei mesi passati risuonava in me la prima terzina dell’Inferno di Dante: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, chè la diritta via era smarrita” Questa è una frase universalmente valida ed estremamente attuale. Tutti noi, prima o poi, dobbiamo fare i conti con il contradditorio, con il “diverso” rispetto a ciò che ipotizzavamo noi, con l’”ombra”, per dirla con Jung. Ebbene, la selva, il bosco, sin dalle fiabe più antiche (Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel) rappresenta sempre lo smarrimento o il necessario passaggio dell’individuo dalla fase dell’innocenza all’adultità. Nel bosco, infatti, i protagonisti fanno spesso esperienze connotate di negatività (Cappuccetto Rosso incontra il lupo, Hansel e Gretel incontrano difficoltà) ma, nel momento in cui i protagonisti riescono a superare gli ostacoli, potranno entrare in uno stato esistenziale, “coscienziale”, più adulto, ulteriore insomma. Cosa sottende un lavoro autobiografico?Il lavoro autobiografico vale come self-empowerment, ovvero come strumento utile per la cura di sé e la crescita dell’autostima personale. La pratica autobiografica è un valido strumento per la ricomposizione della propria identità, un viaggio formativo necessario per accettare se stessi, un passo decisivo per recuperare il proprio potere personale. Lo spazio autobiografico è una stagione: è il tempo della tregua, non ci colpevolizza rispetto alla nostra molteplicità. Non è una vacanza, è il tempo della sutura dei pezzi sparsi; è il tempo in cui uno dei nostri io si fa tessitore. Scrivendo si ottiene inoltre una visione da lontano (bilocazione cognitiva) che consente di leggere la propria storia con occhi nuovi, con lo sguardo altrui, con la possibilità di entrare e uscire dal racconto di sé. La memoria pesca nei ricordi e li ricompone secondo una sapiente teleologia retrospettiva (Brockmeier) per cui: “the past of a life becomes ordered in the light of the present.” La scrittura autobiografica ridona gradualmente un senso al nostro vissuto. Il lavoro autobiografico è dunque un’ad-ventura cognitiva ed emozionale continua, ma anche una traduzione interpretativa che consente di accogliere la complessa molteplicità dell’identità. Fare ‘self-accounting’ porta di fatto a conoscersi meglio e a cambiare, evitando pericolose crisi e dispersioni (Schettini). Il racconto di sé investe anche il mondo dell’empowerment, che eredita il principio di costruzione identitaria e coltivazione di sé insito nella Bildung ma pone maggiore attenzione sulla capacità attiva dell’individuo di trasformarsi ad artefice del proprio destino. Darsi forma, mediante l’esperienza delle proprie potenzialità, significa rafforzarsi e responsabilizzarsi. C’è un momento nella vita in cui si avverte il bisogno di raccontarsi, e questo indica un’importante tappa verso l’adultità cognitiva. Attraverso la tregua autobiografica, l’individuo inizia a tessere lentamente la tela della propria identità, a integrare il possibile e a giustificare ciò che resterà al margine della sua esistenza. Demetrio individua cinque poteri curativi propri dell’autonarrazione: la dissolvenza è quel sentimento di distacco benefico, dato dal ricordare immagini sfumate, che concede alla memoria di trasfigurare i ricordi più amari; il potere comunicativo della convivenza si esplicita invece nel raccontare se stessi agli altri; la ricomposizione crea una rete dialogica tra i ricordi e dona la sensazione di “tenersi assieme”; l’invenzione è legata alla scoperta di essere artefici e manipolatori del proprio immaginario autobiografico; infine la spersonalizzazione si rivela al termine del viaggio autobiografico nell’impossibilità di delineare i confini netti della personalità. La dissolvenza è una conquista graduale. Il potere del racconto autobiografico più prezioso appare quello ricompositivo. Il quarto potere, ovvero l’invenzione, è legato al processo della scrittura. Le nostre mani forgiano segni che parlano di noi, ma che sono già altro rispetto a noi. La nostra vita diventa una rappresentazione(E.Lascialfari) Le pregnanze sono invece quei ricordi scelti in base alla loro significatività
Per ulteriori info, consultare: http://www.donneinviaggio.it/articoli2.asp?id=285 Come asserisce Duccio Demetrio, in “L’autobiografia come cura di Sé”: Arriva un momento nell'età adulta in cui si avverte il desiderio di raccontare la propria storia di vita. Per fare un po' d'ordine dentro di sé e capire il presente; per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno ci sorprende, l'autobiografia di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura di sé e alimenta l'esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto. Sperimentiamo così il "pensiero autobiografico", che richiede lavoro, coraggio, metodo, ma può procurare, al contempo, non poco benessere. [1] Non esiste creatura vegetale più bella e misteriosa dell’albero d’ulivo. |
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Agosto 2009 10:57 |







