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06.09.2010 | 15.00
Docenza a Bergamo sul Ruolo del TutorChi è online
1 visitatore online| Terapia Narrativa |
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| Scritto da Elena Reduzzi |
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La terapia narrativa applica una chiave costruttivista alla pratica del “racconto” come strumento per andare oltre la fissità e il riduttivismo delle categorie diagnostiche e saper leggere, oltre alla malattia, anche il malessere del paziente, che spesso è alla radice della sofferenza e che pure raramente viene considerato e consapevolmente trattato. In questo senso la medicina narrativa si riallaccia agli approcci olistici tipici delle medicine non convenzionali, che a fronte di una classificazione delle malattie propongono una tipizzazione del paziente, visto in tutta la sua complessità e unicità psicosomatica. L’approccio narrativo vuole aggiungere a questa prospettiva strumenti precisi, costrutti teorici che permettano di inquadrare in modo solido questi approcci. Il linguaggio biomedico viene in un certo senso smascherato dalla narrazione, anche se ciò dipende in larga parte non da una tecnica, quanto dalla disposizione del dottore a comunicare. Il professionista trova nello strumento del racconto un modo per superare, nel momento delle scelte strategiche di cura, quella riduttività dei riferimenti e delle linee-guida, che da sole non possono offrire altro che generalizzazioni.A differenza della psicoanalisi, nata dell’unico troncone della teoria e della prassi freudiana, la terapia della famiglia –che ultimamente molto si rifà alla terapia narrativa- ha origini multicentriche, che affondano le radici in teorie, ambienti e personalità diverse (la terapia strategica, l’umanistica, la sistemica).
Michael White è invece il più importante esempio di terapia narrativa e postmoderna La vicenda personale e professionale di Michael White si svolge in Australia del Sud, più precisamente ad Adelaide. Nel 1967 inizia la sua carriera nel mondo delle persone come assistente sociale, approfondendo i lavori di Gregory Bateson. Dal 1980 s’interessa delle idee di Michel Foucault sul rapporto fra conoscenza e potere (Foucault, 1975), e di Erving Goffman. Questa formazione gli consente di sviluppare una vasta riflessione sui processi di istituzionalizzazione della conoscenza e sul potere della conoscenza esperta. Intorno al 1990, White apre al costruzionismo sociale. È inoltre influenzato dalla psicologia narrativa di Jerome Bruner (1986). D’accordo con la psicologia culturale di Jerome Bruner, si assume che l’identità di un individuo o di una collettività possano essere intese innanzitutto come costruzioni narrative e che pertanto siano analizzabili (anche) con gli strumenti della narratologia.[1] Durante un periodo di crisi ciò che viene perduto è appunto il filo narrativo che dà senso alle proprie azioni e che permette di rispondere a domande come: “Chi sono?”, “Che problema ho?”, “Cosa voglio (e perché)?”. In termini attanziali: qual è l’Oggetto? Qual è l’Opponente? Qual è il destinante? E cosi via. Ciò vale sia per i singoli individui, sia per le collettività, le cui narrazioni identitarie in tempi di crisi si sgretolano e polverizzano in una molteplicità di micro-narrazioni conflittuali tra loro. In tali occasioni può accadere che un leader politico (che si tratti di Gandhi o Hitler) riesca, con un suo discorso, ad imbastire un racconto che sarà tanto più persuasivo ed efficace quanto più sarà in grado di far ritrovare all’uditorio il filo narrativo perduto, “ovvero di ristabilire un senso di identità comune che incanali le energie dei singoli in un unico programma d’azione” (V. Pisanty) L’attuale crisi dell’identità –per esempio europea- si inserisce nel contesto di quella che è stata battezzata la “condizione post-moderna” (o “crisi delle grandi narrazioni”), contraddistinta da un diffuso relativismo e da uno scetticismo generalizzato che impedisce a qualsiasi narrativa identitaria di prevalere (o prevaricare) sulle altre. Ammesso che esista, la narrazione identitaria della società post-moderna ha una struttura a “focalizzazione multipla” e si fonda sulla consapevolezza che una stessa vicenda può essere raccontata in modi diversi a seconda del punto di vista da cui la si osserva. Dopo questa parentesi, a mio avviso necessaria, sulla Psicologia Culturale di Bruner, torniamo a Michael White e alla Terapia Narrativa in sé. Clinicamente, White, in una delle sue prime esperienze, mette alla prova le idee di Foucault lavorando con i bambini encopretici, portatori di storie sporche, imbarazzanti. Nella loro vita, Michael impara a ricercare gli unique outcomes (i risultati unici) che contengano un senso di successo; ed è in relazione a loro che incomincia a cercare un modo di separare la persona dal problema, coniando il motto: «La persona non è il problema. Il problema è il problema». La prima idea del genere consiste nel personalizzare l’encopresi in forma di sneaky poo (subdola pupù): in questo modo il sintomo si esternalizza, si distacca cioè dalla persona per diventare qualcosa che la persona (e la famiglia) può affrontare ed eventualmente vincere (vedi White, 1992). [1] Nella mia pratica quotidiana di docente liceale, cerco sempre di tener conto di certe idee bruneriane, tanto più correlate agli adolescenti, che costituiscono il mio target d’ “utenza”. Secondo l’approccio della Psicologia Culturale di Bruner parecchi adolescenti hanno stili di apprendimento piuttosto autocentrati. Un ottimo strumento, soprattutto nel biennio del Liceo, è dunque soffermarsi sulla Tipologia autobiografica del diario: auto-narrandosi, l’adolescente narra ciò che è e ciò che lo differenzia dagli altri, rendendolo unico. Infatti, come già spiegava Erickson, nella fase giovanile ad un primario bisogno di ‘identità’ con il gruppo segue l’esigenza della ‘differenziazione’. Ecco dunque che se il docente, attualizzando tematiche storico-letterarie, chiede allo studente la sua posizione, egli/ella si sentirà messa al centro dell’attenzione, e ciò contribuirà a mantenere alto il suo interesse in quella disciplina. E’ vero che l’alunno narra di un’epoca storica o di un autore, ma mentre narra irrobustisce la propria autostima, in quanto il suo parere viene tenuto in buon conto. Ma è necessaria una mossa più radicale, che Michael troverà quando riuscirà a pensare di oggettivare le esperienze delle persone in forma di Storie, che, come tali, possono essere riscritte a piacimento, a patto di ridiventare autori. È a questo punto che interventi brillanti ma episodici come l’esternalizzazione o la ricerca degli unique outcomes iniziano a crescere in un sistema di pensiero e prassi coerenti. A partire dal 1988 risulta chiaro che il lavoro di White si situa all’interno della metafora narrativa (pietra miliare ne è il libro, Literate Means to Therapeutic Ends, 1989, scritto insieme a David Epston). Gli individui raccontano la loro vita e attraverso questa narrazione la strutturano e le danno un significato: gli autori descrivono e si soffermano su ciò che è significativo per loro. Le storie non sono semplicemente descrizioni della vita, ma veri e propri strumenti di strutturazione e significazione della vita passata, presente, futura. Spesso una storia, che rappresenta una narrazione parziale di una complessiva esperienza di vita, diventa dominante e genera l’identità che il soggetto si attribuisce: la persona è raccontata dalla cultura e dagli altri significati in un modo che finisce per essere repressivo della sua autenticità: la persona racconta di sé stessa la storia dominante che raccontano gli altri. Non si fatica a rintracciare qui l’ideologia liberazionista che ha dato forma alla maggioranza delle terapie familiari fin dagli inizi. Il problema è sempre visto come opprimente e lesivo della integrità del sistema, mai "utile" al suo funzionamento. Far sentire le persone "aggredite" da un problema che viene da fuori può aiutarle a ritrovarsi, portandole a fare forza fra loro e con altri e a recuperare potere e fiducia nella possibilità di vincere, sconfiggendo il problema. L’esteriorizzazione del sintomo è il correlato tecnico del processo di oggettivazione del problema, che mostra al soggetto il potere e l’influenza che il problema ha sulla sua vita. In questo modo il cliente si separa dalla storia dominante e dal problema e comincia a prendere fiducia e percezione di potere personale, a chiedersi che cosa vuole veramente. La Terapia Narrativa diviene dunque la Costruzione Sociale di realtà preferite. Il lavoro del terapeuta è quindi un lavoro da "non esperto": non dà soluzioni, opera sulla definizione e il miglioramento del potere personale e dell’identità dell’individuo, aiutandolo a ribellarsi alle storie dominanti. Il terapeuta, semmai, contribuisce a “riscrivere storie” e ad ispessire il copione, “plot”, della vita di un individuo in analisi Conseguenza di questa posizione è l’uso estesissimo delle domande, con minimo intervento di riformulazione e strategizzazione da parte del terapeuta. Portando alle estreme conseguenze la prassi dei terapeuti di Milano, l’australiano cataloga infinite domande, con grande discrezione e scarsissimo protagonismo. White offre, nelle sue dimostrazioni pubbliche, più un modo di pensare che una tecnica spettacolare. Eppure difficilmente delude gli allievi e i seguaci, perché la sua personalità terapeutica, con tutta la sua delicatezza, è permeata di forte energia. Non stupisce, in fin dei conti, che nell’ultimo decennio del secolo Adelaide diventi, insieme a Palo Alto e Milano, uno dei centri più importanti per lo sviluppo delle terapie familiari. Cos'è dunque quella cosa che gli psicologi chiamano "Sé"? Una "sostanza" data ed immutabile o la coesistenza di una molteplicità di descrizioni e narrazioni? D'altra parte, il mondo di cui parliamo è quello stesso mondo in cui siamo immersi fino al collo: e guardarlo vuol dire in un certo senso guardare noi che lo guardiamo. È quel vertiginoso circolo vizioso che chiamiamo "autoreferenzialità": se le cose stanno così, pensare di avere un'idea "oggettiva" del mondo sarebbe altrettanto illusorio. “Immaginiamoci, allora, nel momento in cui guardiamo i nostri amici, la natura, il tempo, i sentimenti, i semafori e i campanili, un po' meno "fotografi" e un po' più ‘poeti’ -. Come se, in un certo senso, ogni volta che pensiamo di ‘scoprire’ qualcosa del mondo, in realtà lo ‘inventassimo’ un po'; come se il mondo che ‘inventiamo’, o che ‘costruiamo’, fosse non l'unico mondo realmente esistente, ma soltanto ‘uno dei mondi possibili’. Proviamo, per un po', a guardare le cose da questa prospettiva. (Dr. Massimo Giuliani, collaboratore del centro Shi Nui di Bergamo) È il punto di vista che chiamiamo abitualmente "costruttivista", che si ricollega al pensiero "postmoderno" – Come costruiamo quello che abbiamo intorno e che chiamiamo "realtà"? Vale a dire: come l'artista crea la realtà poetica - dal greco ‘poiein’ = "fare", "creare"?. Quotidianamente costruiamo la storia della nostra vita, i nostri sistemi di significato, le nostre relazioni col mondo e, in definitiva, la nostra identità. Alcuni sembrano condannati a vivere come in un loop: legati alla ripetitività e alla prevedibilità della propria vita, dipendenti da alcune incrollabili certezze, con la paura del cambiamento. Di fronte a persone schiacciate dai problemi, è necessario adottare un atteggiamento capace di guardare oltre il mondo definito dal problema, di situare quella storia in un "orizzonte più vasto di possibilità" fino ad immaginare nuovi mondi dove sono possibili soluzioni differenti (Alternative Stories): anche se in base ai vincoli della logica predicativa - con cui, pure, affrontiamo con più o meno successo la vita di tutti i giorni - può apparire un'impresa folle e utopistica. La psicoterapia, allora, non è il luogo dove apprendere nuove storie al posto delle vecchie, ma un contesto di "deuteroapprendimento" (Bateson, 1972) nel quale sperimentare la possibilità di entrare ed uscire da storie diverse e di mantenere aperte molteplici spiegazioni dello stesso evento (Cecchin, 1987), molteplici mondi possibili. Per Boscolo (1993) la terapia è uno strumento che introduce una "realtà al congiuntivo", alternativa a quella "realtà all'indicativo" presa nei vincoli della causalità lineare. (Dr.Massimo Giuliani) Emergono di volta in volta, nella narrazione che la famiglia o il paziente forniscono di sé, varie versioni della realtà: e la realtà altro non è che il risultato dell'intrecciarsi di quelle storie - che è cosa diversa dalla somma di esse -, delle descrizioni multifocali date dai diversi personaggi e in momenti diversi. Dato che non esiste un’unica verità, le nostre scelte devono basarsi su dei valori. I pazienti, le famiglie che affrontano un problema di vita si trovano ad aver perso momentaneamente quella creatività visionaria necessaria a pensare che da qualche parte, fuori da quel mondo, esistono altre possibilità. Né si può chiedere loro, in quel frangente, di restituire mobilità ad un tempo così rigidamente lineare e deterministico. Il costruttivismo sociale, a cui spesso ricorre la Terapia Narrativa, poggia su una base epistemologica, ossia di filosofia della conoscenza. Da ciò deriva che stiamo parlando di una prospettiva filosofica più che di una teoria pragmatica ed applicativa. La concezione postmoderna secondo cui la conoscenza non è una riproduzione esatta della realtà può essere considerata come uno dei fondamenti del costruzionismo sociale. L’idea di base è che sono le persone a costruire e creare la realtà; ovvero le persone costruiscono storie, idee e teorie che le aiutano a gestire la realtà e a confrontarsi con essa. La nostra conoscenza non è mai un riflesso oggettivo della realtà esterna. E’ sempre una creazione che contiene le nostre percezioni. Per il costruzionismo sociale il linguaggio gioca un ruolo costitutivo, fondamentale. Nella nostra società attribuiamo un significato agli eventi in base alle parole che utilizziamo per definirli. Il linguaggio è uno strumento che ha significato all’interno del contesto in cui viene utilizzato. Per il terapeuta l’esercizio della narratività non serve come un rimedio o un fenomeno alla moda con cui è interessante rapportarsi, ma come un “grimaldello” che apre alla comprensione della comunicazione. Questa grande orfana della formazione del dottore va così portata dallo sfondo al primo piano, e il professionista si vede offrire uno strumento valido non solo per gestire difficoltà legate al rapporto con il paziente, come gli equivoci comunicativi, la deresponsabilizzazione dei pazienti, la scarsa compliance e la cura dei cosiddetti “pazienti difficili”, ma anche per dare un significato più profondo e completo al proprio agire professionale. Si intravede qui un potenziale conflitto fra medicina basata sull’evidenza e la psicologia basata sulla narrazione: la prima importante per offrire risposte diagnostiche e terapeutiche affidabili, fondate su una verifica scientifica della loro validità, la seconda che contrappone a questo la necessità di non appiattire la cura del singolo individuo a un’astrazione basata sulle statistiche e sui grandi numeri. Il tentativo sarebbe quello di salvare entrambe, lavorando in quello spazio terapeutico della medicina che è “uno spazio di latenza”. Tale dimensione di latenza “non può però esistere senza traguardi da raggiungere, senza adattamento del sistema all’ambiente e senza integrazione motivazionale” (Masini). Anche nel campo etico l’approccio narrativo può offrire una modalità più aderente alla realtà del paziente e ai suoi bisogni, espressi nella sua interezza. Quindi la proposta è quella di un’etica non astrattamente fondata sui principi, ma su un esercizio di ascolto che porti alla luce l’esperienza di dolore del paziente mentre esprime le sue emozioni. Una risorsa, questa, trascurata prima nel pensiero bioetico, il quale è “un ragionamento ordinativo, consequenziale, fondato su principi da cui discendono conseguenze”. Il linguaggio narrativo toglie la maschera a quello biomedico, il quale tende a nascondersi dietro a un ruolo che diventa a volte una forma di rimozione: rimozione della parte emozionale della relazione terapeutica, e anche modo per non identificare chiaramente le responsabilità della cura e della guarigione, alimentando mitologie di onnipotenza del medico che finiscono poi per essere armi a doppio taglio. Si propone qui invece un approccio che valga non solo dal punto di vista cognitivo ma anche emozionale, per il raggiungimento di una diagnosi co-costruita fra medico e paziente tramite un processo di reciprocità narrativa, snocciolata attraverso l’analisi conversazionale. "Non sei fregato veramente finché hai da una parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla". Spesso il terapeuta familiare nell'incontro con famiglie caratterizzate da situazioni drammatiche si trova a fare le stesse riflessioni del narratore di "Novecento" (A. Baricco). La narrazione, intesa come forma di conoscenza della realtà e costruzione di significati, trae le proprie radici nella psicologia sociale e cognitiva. Come dicevamo sopra con Jerome Bruner, il racconto è infatti in grado di costruire significati che consentono agli uomini di interagire con il sistema di convenzioni culturali in cui vivono. Nel raccontare vi è una forma di conoscenza che dà un nuovo valore all’esistente e che permette di affrontare meglio l’incerto.
Per riferimenti più ampi sui testi da me citati, consulta anche: http://www.psiconline.it/article.php?sid=269 http://www.stpauls.it/fa_oggi03/0203f_o/0203fo59.htm http://www.centroditerapiastrategica.org/journal%20articles/Articoli_Italiano/deKorster.pdf
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Novembre 2009 16:55 |
Paul Watzlawick
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