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Roberto Vecchioni
| Tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perchè tempo ce n'è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all'appuntamento. Roberto Vecchioni |
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| Giovedì 30 Luglio 2009 12:16 |
Seneca e il Tempo
Buona parte dell’opera di Seneca è dedicata alla fugacità del tempo: così si aprono l’epistolario morale a Lucilio e il ‘De brevitate vitae’ (tr.:‘Sulla brevità della vita’)
L’idea centrale di Seneca è che "non disponiamo di poco tempo, ma molto ne perdiamo" (De brevitate vitae, 1). La vita ci sfugge di continuo, ma il tempo di cui disponiamo è sufficiente per compiere le più grandi imprese, per conseguire la virtù (vero obiettivo della vita umana): come ricchezze immense, se finite nelle mani di un incapace, vengono rapidamente dilapidate, così un piccolo gruzzoletto, se capita nelle mani giuste, viene investito ed aumenta; così è per la vita, che è breve ma può essere ben sfruttata; questo punto è da Seneca compendiato (De brevitate vitae) nella scintillante sententia "vita longa est, si uti scias" ("la vita è lunga, se sai farne uso"). Il guaio è che molti uomini si perdono in futili attività, sprecando in tal modo il loro tempo; ed è a tal proposito che Seneca fa (nel De brevitate vitae) un affresco di quelli che lui chiama gli "occupati", e che noi potremmo definire "i perdigiorno", coloro cioè che, immersi in attività del tutto inutili, non si accorgono che la loro vita sta scorrendo via. "La vita non è breve, ma tale la rendiamo noi", sprecando il nostro tempo in futili attività, senza accorgerci che "mentre si attende di vivere, la vita passa".
"Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti ed altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell'agire diversamente dal dovuto. Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore: vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l'altro la vita se ne va. Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l'unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire"(Epistole a Lucilio,1) La sorte ci ha attribuito un tempo e contro ciò é impossibile lottare. "Siamo tutti schiavi del destino: qualcuno é legato con una lunga catena d'oro, altri con una catena corta e di vile metallo. Ma che importanza ha? La medesima prigione rinchiude tutti e sono incatenati anche coloro che tengono incatenati gli altri ... Tutta la vita é una schiavitù. Bisogna quindi abituarsi alla propria condizione, lamentandosi il meno possibile e cogliendo tutti i vantaggi che essa può offrire" (De tranquillitate animi). Il pensatore spagnolo ci invita (De ira, III, 36) alla sera, quando la nostra giornata volge al termine, a fare un redde rationem, una ricognizione fra i sentieri del proprio animo per sincerarsi che quella trascorsa sia stata una giornata bene impiegata. Ciò che conta è il presente, il vivere bene ogni attimo, come se fosse l’ultimo. Il saggio non si rifugia nel passato, né si proietta continuamente nel futuro, tra vane speranze e continue attese. Incisiva è a tal proposito la metafora senecana del punctum, riferita al tempo interiore. Se osservato dall’esterno, il tempo diventa un punto, privo quasi di durata, che va vissuto attimo per attimo, nel presente. E –dice Seneca- di fronte al lunghissimo fluire degli eventi passati della Storia, la nostra vita è ‘ancor meno di un punto’ (punctum est quod vivimus ed adhuc puncto minus). Chi ricerca il dominio del presente diviene padrone del tempo Seneca distingue poi lessicalmente tra vita e tempus. Sì, perché la differenza tra la ‘vita’ e il ‘tempo’ è sostanziale: la prima indica l’insieme delle azioni, delle scelte, degli stati d’animo che, scanditi dal tempo, caratterizzano la pienezza e la presenza psichica dell’uomo, mentre tutto il resto è tempo, cioè una semplice espressione di un ciclo biologico, comune sia agli esseri della natura che all’uomo. “Bada: la maggior parte della vita se ne va mentre siamo occupati in cose che non ci riguardano" (Epistulae ad Lucilium) La lunghezza della vita è in relazione all’uso che se ne fa. L’attimo ben vissuto vale un secolo. Poniamo attenzione anche alla prospettiva interiore del tempo, al ‘tempo della memoria’ E’ più grave scialacquare il proprio tempo che grandi ricchezze. Infatti abbiamo avuto dalla natura il possesso di questo solo bene sommamente fuggevole, il tempo, ma ce lo lasciamo togliere dal primo venuto. Il tempo… (‘De brevitate vitae’,8) Lo si chiede come fosse niente, si dà come fosse niente. Si gioca con la cosa più preziosa di tutte. Non ne hanno coscienza, perché è immateriale, perché non cade sotto gli occhi, e perciò è valutata pochissimo, anzi non ha quasi prezzo… Nemo restituet annos, nemo iterum te tibi reddet. Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro nè arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. Che avverrà? Tu occupatus es, vita festinat Tu sei affaccendato, la vita si affretta: e intanto sarà li la morte, per la quale, voglia o no, devi aver tempo. Bisogna lottare perciò contro la fuga del tempo, attingendo da esso come da un torrente impetuoso. Il problema del tempo che fugge l’ha l’uomo occupatus, nella sua disperata lotta per riempire la vanità della vita. Gli affaccendati non sono capaci di guardare al passato per coglierne insegnamenti e, quando lo fanno, non possono che pentirsi di aver sprecato il loro tempo. "Rifletti ogni giorno sulla possibilità di lasciare serenamente la vita" (Epistula) Tutta questa personale rilettura del carpe diem oraziano genera il conseguente insegnamento secondo cui il saggio stoico prova disinteresse per la durata della propria esistenza, considerata solo in relazione alla sua qualità. In ciò sta il trionfo sul tempo. Ricordiamo che uno dei più grandi capolavori della letteratura del Novecento è “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust. Attraverso le pagine di quest'opera monumentale, ci viene rivelata un'intera società nell'arco di tempo che va dal 1880 al 1920. Tutti i personaggi sono sostanzialmente dei vinti ed a ognuno il tempo ha tolto qualcosa; soltanto le memorie sembrano sottrarsi alla sua tirannia… Seneca e l’Amicizia
La terza lettera che Seneca scrive all'amico Lucilio ha come tema l'amicizia: “Rifletti a lungo se è il caso di accogliere qualcuno come amico, ma, una volta deciso, accoglilo con tutto il cuore e parla con lui apertamente come con te stesso... Se lo giudichi fidato, lo renderai anche tale”. ‘Un amico deve essere posseduto nell’animo: qui egli non è mai assente…’ (Lettere a Lucilio, 55) Seneca è un maestro, ma è anche un mio Amico o per lo meno io lo considero tale. Le sue parole, infatti, accompagnano i miei giorni da tanti anni, da quando io stessa l’ho studiato per la prima volta proprio sui banchi del “S.Weil”. Ora, non più da studentessa, ma da docente nel medesimo Liceo, percepisco gli effetti tanto importanti e duraturi delle parole senecane nel mio divenire adulta. Pertanto non posso che stupirmi, ancora una volta, della Sua lungimiranza. L’uomo è per Seneca – sulla scia di Aristotele – un animale congenitamente sociale ("hominem sociale animal communi bono genitum videri volumus", De clementia, I, 3, 2) e gli amici veri sono come membra di uno stesso corpo, tutti per natura vincolati da un rapporto di reciproco sostegno, così come le pietre che costituiscono una volta (Epistole a Lucilio, 95), che cade se esse non si sorreggessero a vicenda. Gli amici o le persone che hanno od hanno avuto un’importanza nella nostra vita non le perdiamo mai: sono dentro di noi, sempre, e in noi possiamo incontrarle quando vogliamo, riascoltando le loro parole, rivedendo i loro volti, ricordando i loro comportamenti. Soltanto i rapporti inconsistenti muoiono nella non frequentazione. L'amicizia secondo Seneca contiene in sé un implicito monito: Seneca non è l'uomo delle certezze, ma dell'inquietudine: il suo spazio egli lo trova nelle zone intermedie tra certezza ed incertezza, tra luce ed ombra. Per questo mette in guardia l'amico Lucilio: “Non sperare senza disperazione e non disperare senza speranza”. Ciò a cui egli non rinunzia mai è l'indagine L’Amicizia è per lui qualcosa di spirituale. Egli ci parla del saggio, che è autosufficiente, non nel senso che vuole essere senza amici, ma che può stare senza amici; e questo "può" significa che, se perde un amico, sopporta con animo sereno. Ma non sarà mai senza amici: può crearsene altri in breve tempo… “Mi chiedi come si possa stringere presto un'amicizia? Dice Ecatone: ‘Ti indicherò un filtro amoroso, senza pozioni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama… IX,6 Ci sono le amicizie cosiddette opportunistiche: un'amicizia fatta per interesse sarà gradita finché sarà utile. Così quegli ‘amici’ fuggono al momento della prova; per questo ci sono tanti esempi infami di persone che abbandonano l'amico per paura, e di altre che per paura lo tradiscono. L'inizio e la fine fatalmente concordano. "Perché, dunque, ti fai un amico?" Per avere qualcuno per cui morire, qualcuno da seguire in esilio, da strappare alla morte anche a prezzo della mia vita… L'amore senza dubbio somiglia un po' all'amicizia; lo si potrebbe definire un'amicizia dissennata. Si ama forse per denaro? Per ambizione o per desiderio di gloria? L'amore di per sé trascura tutto il resto ed accende negli animi un desiderio di bellezza e la speranza di un mutuo affetto."E come, dunque,ci si accosta ad essa?"Come a un sentimento bellissimo..Al saggio niente è necessario.IX,15 Quindi, per quanto sia autosufficiente, egli ha bisogno di amici e desidera averne il più possibile, ma non per vivere felice: è felice anche senza amici. All'amicizia non lo porta nessun interesse personale, ma una naturale inclinazione (Epistola ad Lucilium, IX) "La tranquillità dell'anima" di Seneca è un altro libro di straordinaria attualità, dove parla anche dell’Amicizia. E' in pratica un lungo consiglio dato ad un amico su come combattere le insoddisfazioni e le paure della vita. Prima di tutto bisogna sdrammatizzare la condizione in cui ci si trova – asserisce il Nostro stoico. Ma inoltre, Importantissima per guarire da una situazione di disagio è proprio l'amicizia sincera: questo viene detto anche nel capitolo 7° del libro e nulla vi è di più vero di tale affermazione e tutto ciò valga di insegnamento anche ai nostri giorni, dove è molto difficile trovare persone benevole, gratuitamente, nei confronti del prossimo. Siamo amici. Io non desidero niente da te, tu non vuoi nulla da me. Io e te... dividiamo la vita. (K. Gibran) Seneca e la volontà
Che cosa ti occorre per essere buono? Volere” (Epistole, 80,4)
Per Seneca la virtù è la perfetta attuazione della ragione; poiché la perfetta attuazione della ragione non può avere luogo se non mediante la conoscenza, la virtù verrà a identificarsi con la conoscenza. E' stato Seneca a rompere lo schema dell'intellettualismo ellenico introducendo il concetto di voluntas. “Il termine latino voluntas non ha un corrispettivo nella lingua greca,ma esprime un'esperienza etica nuova e di differente calibratura” (G. Reale, La filosofia di Seneca come terapia dei mali dell’anima, 2004). La volontà non è un fatto dell'intelletto. In termini moderni, per dirla con lo psicologo Daniel Goleman, la volontà risiederebbe nell’Intelligenza Emotiva. La volontà del bene prorompe dalle profondità dell'anima e occorre un assiduo lavoro perché essa pervenga ad una chiara visione del fine e si tramuti in buona intenzione. Velle non discitur: la volontà non si impara, affermava Seneca, il quale impiegava talvolta il termine voluntas con un significato vicino a quello che le moderne Neuroscienze attribuiscono alle sue componenti costitutive non coscienti. In questa concezione la volontà non si identifica con l’intenzionalità cosciente che la esprime, ma con un processo più profondo che prenderà forma nella coscienza: “Nessuno può dire quale sia l’origine della sua volontà” (Seneca, Epist., 37, 5). Mentre l'antica Stoa divideva gli uomini fra saggi e stolti, Seneca li divide nella nuova ottica della volontà, ossia quelli che hanno buona volontà e quelli che hanno cattiva volontà. La volontà è posta all'origine dello sforzo di perfezionamento morale e del cammino verso la virtù. “che cosa ti occorre per essere buono? Volere” (cfr. Epistole, 80,4). Lo slancio della volontà sostiene la propensione ad agire (motivazione).
Anche il Seneca tragico si sofferma sul concetto di voluntas, soprattutto nella Fedra, che ricorda la vicenda tragica dell’Ippolito di Euripide. Fedra, moglie di Teseo, re di Atene, soccombe ad una folle passione per il figliastro Ippolito, al quale dichiara il suo amore, ma lui la respinge. All'inizio Fedra è lacerata da questo sentimento d'amore, ma poi, dopo il rifiuto dell'amato, cambia il suo atteggiamento e quindi si vendica, accusando il giovane di averle usato violenza. Teseo le crede e maledice il figlio che muore annegato. Quando, in seguito alla maledizione di Teseo, un mostro marino suscitato dal dio del mare Nettuno causa ad Ippolito un'orribile morte, Fedra cambia nuovamente aspetto psicologico; è disperata perché si sente in colpa per la morte di Ippolito e perché ha perso l'oggetto del suo desiderio. Alla fine Fedra, dopo aver confessato la sua colpa, si uccide. In Fedra l’amore è il principio e la fine di tutto. Da una parte si staglia la Ratio, dall’altra il Furor. In un punto clou della vicenda, la nutrice ricorda a Fedra che la moralità è data dalla volontà di seguire la via del bene. Il conflitto della Ragione con la Passione si interiorizza a tal punto da divenire in Fedra lacerazione della Voluntas (quod volo me nolle). Su questo conflitto poggia la doppia tragedia di Fedra: la Voluntas della passione (quod volo) che la precipita verso il Crimen della confessione d'amore a Ippolito e la Voluntas della Ratio (me nolle) che la riscatterà fino alla confessione della colpa a Teseo. prof. Elena Reduzzi |
| Ultimo aggiornamento Giovedì 30 Luglio 2009 16:51 |






