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Roberto Vecchioni
| Tutte le parole scritte dagli uomini sono forsennato amore non corrisposto; sono un diario frettoloso e incerto che dobbiamo riempire di corsa, perchè tempo ce n'è poco. Un immenso diario che teniamo per Dio, per non recarci a mani vuote all'appuntamento. Roberto Vecchioni |
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| Scritto da Elena Reduzzi | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| Giovedì 30 Luglio 2009 13:24 | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Aspetti della personalità di Giacomo Mellerio attraverso le lettereRelatore: Dr. Elena Reduzzi Ecco a voi la Storia di Vita di uno dei più cari amici del nostro romanziere italiano Alessandro Manzoni...
entrambi milanesi, Mellerio si è distinto come grande benefattore. Presso la Biblioteca A.Maj di BG è conservato il fitto Archivio Mellerio, che contiene circa 3160 lettere, scritte dal o al Mellerio. A ciò si aggiungano le 450 lettere scritte dal conte Giacomo Mellerio all’abate filosofo Antonio Rosmini, depositate all’Archivio Rosminiano di Stresa (Verbania), città dove il filosofo muore nel 1855. Premetto che io, più che una storica, sono una letterata. E’ vero che, essendo io docente di Lettere nei Licei, insegno sia Letteratura Italiana che Lingua e Letteratura Latina che Geografia Umana che Storia Antica e Medioevale, tuttavia ho preferito osservare la personalità del conte Mellerio soprattutto da un punto di vista squisitamente letterario. Da un primo spoglio dei documenti cartacei, si delinea un personaggio più complesso rispetto all’apparenza. Per conoscere al meglio la personalità del conte, bisognerebbe tener conto di sfaccettati aspetti che l’hanno caratterizzato in vita: Mellerio è stato un uomo di cultura, amante dei libri, appassionato di arte e di teatro (fosse esso recitato in italiano o in francese), ma è stato anche un uomo politico integerrimo, più intransigente con se stesso che con gli altri; inoltre un uomo di Fede e un grande scrittore di lettere anche a carattere privato. L’Archivio Mellerio a BG è suddiviso in 12 parti principali. Se si presta particolare attenzione al faldone # 7 – 182 lettere autografe scritte dal conte alla carissima sorella maggiore Maddalena, coniugata Somaglia, lungo l’arco di mezzo secolo: 1790-1840- e al faldone #9 –altre 26 lettere sistemate in ordine cronologico-, emergono spunti interessanti sulla sua personalità:
Nel catalogo 7, composto dalle 182 lettere autografe che dal 1790 al 1840 G.M. indirizza alla sorella, egli sovente si lamenta del fatto che mentre lui, x ogni piccolo spostamento che effettua sia in Italia che all’estero, le scrive almeno due righe, lei risponde poco e, quando lo fa, risponde laconicamente. Egli si premura sempre di avvisare la sorella sul proprio stato di salute e chiede a sua volta circa lo stato di salute dei suoi cari, con particolare cura dell’anziano zio; inoltre G.M. si premura di tenere a Maddalena una sorta di “Diario di bordo” su ciò che vede a livello sia topografico che corografico. Ecco ciò che Giacomo scrive alla sorella: “Che tu abbia delle occupazioni, lo credo, e ne godo; che tu ti diverta, è giusto, ed è il tuo tempo; ma che tu non trovi il tempo per scrivermi…mi dà tante tristi risposte” (Archivio Mellerio, Fasc. 7) oppure similmente: “Se tu hai da fare, io ne ho più di te […]Ti prego di mandarmi in una letterina le nuove tue, dello zio e dell’altre persone che m’interessano […] Sii pur laconica quanto vuoi”. (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera38) “Ho tanta la bile per non aver trovato neppure una lettera alla posta.. che ho un preciso bisogno di sfogarmi con qualcheduno. Questo disappunto mi ha messo di cattivo umore e il tempo, che è detestabile, non è fatto certo per dissiparlo” (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera40, datata 7/2/1810) Questa citazione può servire a mettere in risalto anche un difetto del conte. Mellerio, da tutti giustamente ritenuto grande benefattore, fa più di una volta il mea culpa, puntando il dito contro un lato del suo carattere: quello di essere un po’ lunatico e di cambiare umore facilmente. Ma questo è anche un bene, perché se nella lettera or sopra citata egli emerge un poco irascibile nei riguardi della sorella, nelle lettere successive è tutto un ringraziamento ed un’attestazione di delicato amore. “Scrivimi tutto con dettaglio, dimmi il tuo metodo di vita, parlami delle persone che vedi con maggior frequenza, insomma immaginati di essere meco, e dimmi senza riserva tutto quello che ti passa per la mente. Con chiunque altro sarebbe forse troppo pretendere, ma con te non posso credere di essere eccessivo nelle mie domande. […] Martedì sarò a Firenze, il che significa molte miglia più vicino a te ed alla mia bimba. Questo pensiero mi consola. Che sarà dunque allora che dopo 4 mesi di assenza potrò riabbracciare e l’una e l’altra?” (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera52, aprile 1810)
In una lettera inviata da Roma nel ’10, il conte definisce apertamente gli affetti più intimi come il primo oggetto dei miei pensieri. G.M. reputa sua sorella, contessa Maddalena della Somaglia, la sua migliore amica, e suo cognato, Gio. Luca Somaglia, con il quale compie viaggi sia a Roma che a Vienna e Parigi, suo migliore amico di quegli anni tra apoteosi napoleonica e Restaurazione. Più avanti, definirà l’abate Rosmini “l’amico del cuore” (Archivio Rosminiano di Stresa, Milano 19 maggio 1832). E’ Maddalena a prendersi cura del vecchio zio, domiciliati in un palazzo a Milano in Corso di Porta Romana (già appartenuto ai Carcano dal 1632). Lo zio è stato tutore del giovane Mellerio, provvedendo a finanziare la sua educazione presso il Collegio degli Scolopi a Siena, dove il conte trascorre una fanciullezza e un’adolescenza studiosa e ben educata secondo i principi della morale cattolica. E’ ancora Maddalena a prendersi cura dell’anziana mamma Rosa. C’è una letterina di Giacomino Mellerio, scritta a caratteri cubitali, per l’amata mamma Rosa. Lui aveva 7 anni! (Archivio Mellerio, Fasc. 8/5, lettera # 2, Milano 30 marzo 1784 ). Il contenuto è di un tale garbo e denso di convenevoli che deve essergli stato dettato da qualcuno Essendo inoltre morta in giovane età la moglie di G.M., una Castelbarco, è sempre la sorella Maddalena a “fare da mammina” alla Giovannina, la figlia prediletta di G.M. “Che fa questa mia giovinetta (n.d.r. la figlioletta)? Mi nomina, spero?” Desidera il mio ritorno? Dimmi tutto e sii pur diffusa quanto vuoi… Scrivimi a Roma, come già ti ho detto. […] Abbracciami lo zio. Rosmini ti saluta”. (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera40) “Ti prego di dire alla mia Giannina che la sua letterina mi ha intenerito fino nel fondo dell’anima. […] Seguita a farle da buona madre ”. (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera45) “Della cordiale squisitezza, che presti alla mia Giannina, te ne rendo grazie infinite e ti prego di darmene sempre le notizie. Ne ringrazio ogni giorno il Signore e lo prego ardentemente di rimunerarti della cura veramente materna, che ne presti”. (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera48, marzo 1810) Da queste lettere, pertanto, emerge ben tratteggiato l’uomo privato, capace di delicatissime manifestazioni d’amore: “Se hai un momento da perdere, impiegalo a parlarmi della mia Giannina. Per due righe, che trattino di lei, rinunzio volentieri a quanto di bello hanno saputo scrivere i geni più sublimi. […] Amami, o cara, quanto io amo te, i tuoi bimbi, lo zio. Amami e credimi.” (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera64, Parigi 7 ottobre 1810) Stavolta rivolgendosi direttamente alla figlioletta: “Oh Dio, la mia Giannina! Ti ricordi del tuo Papà?.” (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera65, Parigi 26 ottobre 1810). La figlia aveva solo 5 anni. Giovannina purtroppo morirà a soli 17 anni, nel 1822, aprendo uno squarcio doloroso nel cuore del buon Mellerio, vedovo precoce e precocemente privato della prole. “Mi ricordo dei figli che ci hanno preceduti. Coraggio, cara (sorella) Maddalena, preghiamo e confidiamo; s’ha da fare con un Dio tutto bontà” (Archivio Mellerio 7?, 15)
C’è da dire che la sorella, sovente ripresa da G.M. per la scarsezza e/o poca assiduità nello scrivergli lettere durante le sue peregrinazioni, di fatto non deve essere vissuta in una situazione facilissima. Di certo godeva dell’aiuto di governanti, tuttavia non deve essere stato semplice accudire la madre, lo zio (entrambi anziani),il marito, i propri figli, la bambina di Mellerio. Eppure, di fronte ad un fratello che pretende molto quanto a costante presenza ed aggiornamenti attraverso le lettere, ella sa esserci nei momenti di bisogno, come quando Mellerio si mostra così recalcitrante della permanenza a Vienna durante il Congresso; ecco, lì Maddalena scrive parecchie lettere di conforto al fratello. Più avanti negli anni, G.M. assumerà lo stesso atteggiamento, seppur con toni più sfumati dato il destinatario delle lettere, con l’abate/filosofo Rosmini: “Mi pare un secolo che non ho vostre lettere. E’ vero che sapendo in che siete occupato, e quanto sarei indiscreto se pretendessi lettere frequenti, e lunghe, ma due righe di tanto in tanto…” (Archivio Rosminiano di Stresa, Milano 29 novembre 1831). Mellerio è legato anche ad altre figure a cui è imparentato, per esempio l’anziana suocera Maria Litta, ved. Castelbarco, alla quale scrive attestazioni d’affetto. La ammira anche per i saldi principi ai quali ha educato la figlia, giovane moglie del Mellerio, morta precocemente: “Cara mamma […],ho ammirato la saviezza di una giovinetta , che non tenendo conto di un pregio che fa girar la testa alla maggior parte, preferisce alle brillanti ma false apparenze, i piaceri solidi e puri della famiglia. La madre per ben ragione ne prova una viva compiacenza, ed io me ne congratulo con Lei di tutto modo ”(Archivio Mellerio, Fasc. 8/12, lettera #4, Firenze maggio 1800) Per concludere su questo primo punto, Mellerio trae grande conforto dallo scrivere e dal ricevere lettere. 2. Luoghi: il forte attaccamento alla sua terra natìa, al suo contesto Dalle lettere emerge la nostalgia di G.M. per Milano “Ho visto molti Paesi e città, ma nessuno mi piace come Milano. Oh mia cara Milano!” A Milano Mellerio frequenta amicizie importanti: i marchesi Litta-Calstelbarco, a lui imparentati (Mellerio-Castelbarco sono cognati), i marchesi Triulzi, i Visconti, i Patrizi (di cui un ramo della fam. era a Roma), i Padulli; frequenta la casa di Alessandro Manzoni, di cui legge in anteprima le bozze del suo romanzo storico Oltre alla “sua” Milano, c’è però un “cantuccio” a lui assai caro: la Residenza prevalentemente estiva del Gernetto, nei pressi di Domodossola, dove lui va talvolta a rifugiarsi; tal altra vi invita personaggi di spessore, quali l’abate Rosmini, l’abate Polidori gesuita, amico di famiglia … Nel 1836 parla di “corse al Gernetto” da Milano (Archivio Mellerio, Fasc. 11, Giornale per l’anno 1836) Il tema della lontananza emerge in parecchie epistole: “Mi conviene aver pazienza ancora per un po’. Ed io l’avrò, ma Dio sa quanto mi costa; gran che! Aver tutti i beni che si possono desiderare e quello che più importa: una Figlia amatissima, una Sorella come te, buoni parenti, buoni amici, e non poterne godere se non da lontano e con l’immaginazione!…” (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera65, Parigi 26 ottobre 1810). In un’altra epistola parla di “male della patria”, enunciando un tema tanto caro al Romanticismo di quegli anni, al quale aggancia il tema religioso: “La eccessiva ed inaspettata prolungazione di un genere di vita contrario affatto al mio genio, l’inazione che tanto ripugna al mio carattere, l’incertezza istessa (n.d.r. durante il Congresso di Vienna), che non lascia prendere alcuna misura, mi rattristano. […] Io mi direi di ricorrere alla Religione, e di abbandonarmi al volere di quel Dio, che tutto dispone per il nostro meglio. […] Insomma ho in grado superlativo quello che si chiama il male della patria. E se vuoi dire la verità, non ne ho forse buone ragioni? E’ al colmo la mia afflizione, di modo che non posso talvolta non prorompere in un dirotto pianto ”(Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera91, Vienna 2 febbraio 1815). Assodati i due principali punti di riferimento per il buon G.M., ossia Milano e il Gernetto, va messo in evidenza che il conte viaggia moltissimo, sin dall’età giovanile, sia in Italia che in Europa, compiendo il “viaggio di formazione” tanto caro al ‘700 nobiliare. Io ho compilato una mappatura dei suoi spostamenti, registrando date e luoghi visitati, poiché è indubbio che l’esser stato così “cittadino del mondo” ha influito sulla sua personalità, donandogli, tra l’altro, una grande flessibilità mentale. Il GRAND TOUR, se così lo possiamo chiamare, inizia negli anni ’90 del 1700, durante la giovinezza di Mellerio, cioè dopo che quest’ultimo ha terminato il proprio iter scolastico presso il Collegio degli Scolopi di Siena.
I tempi di spostamento, data l’epoca ed i mezzi di trasporto – la carrozza- erano lunghi: basti pensare che per il tragitto Milano/Vienna occorrevano 16 gg.
“Io spero tutto,ma cerco nel tempo stesso di prepararmi a tutto, e rifugiandomi nel divino volere, mi fo coraggio” (Archivio Mellerio, Fasc. 7) Mellerio getta quelle che secondo lui sono le basi della FILOSOFIA CRISTIANA: “Fare quello che si può, e confidare in Lui come se nulla si fosse fatto; ecco la vera cristiana filosofia, i cui principi cerco di imprimermi bene nel cuore, e nella mente, come quelli che soli possono trattenermi nell’impegno” (Archivio Mellerio, Fasc. 7 – lettera88, Vienna novembre 1814) G.M. mostra una Fede indefessa, soprattutto nelle difficoltà, che lui vive, STOICAMENTE, come prove volute dal Signore, che è Amore e pura Bontà, per temprare gli animi, insegnando qualcosa, per esempio, in primis, la pazienza. A me pare che qui riecheggino due forti influssi su Mellerio: il primo è sicuramente quello del filosofo a lui contemporaneo Rosmini; l’altro potrebbe essere quello del filosofo latino Seneca (I sec. d.C.), non per nulla tra i suoi autori classici preferiti. In alcuni pezzi di lettere, infatti, pare quasi di poter addirittura indicare i testi senecani di riferimento: il De Clementia e il De brevitate vitae. Inoltre si possono cogliere vicinanze o contatti con le idee manzoniane che si andavano allora sviluppando, per esempio sulla Provvidenza: Mellerio, parlando dell’aiuto di Dio, parla “dell’aiuto di Chi, essendo la Bontà istessa, non lo nega mai a chi lo chiede con fiducia” (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M., Milano 19 settembre 1827). “Ma il Signore che vede i nostri bisogni, esaudirà le nostre preghiere provvedendovi meglio che noi non sapremmo immaginare” (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. da Milano 11 marzo 1835 a Rsomini a Rovereto). Qui l’influsso è però anche ed ancora rosminiano: “Sono di una tranquillità singolare, e capisco di doverla in gran parte alla lettura dei vostri libri. Ho riletto or ora l’opuscolo intorno alla Provvidenza, e Voi vedete che lo metto a profitto” (Archivio Rosminiano di Stresa, Milano 16 febbraio 1829). Altre volte il conte dice chiaramente di trarre vantaggio dai consigli del filosofo. Del resto Mellerio ha contatti diretti sia con Manzoni che con Rosmini, quindi ne subisce direttamente l’influsso, senza mediazioni. Mellerio e Manzoni, per esempio, si facevano visite a casa. “Ero stato espressamente per domandarne (n.d.r. copie di libri) ad Alessandro Manzoni, in ora di trovarlo in casa per certo, eppure non c’era, ma lo cercherò di nuovo” (Archivio Rosminiano di Stresa, Milano 20 novembre 1830).
Nelle molte lettere scritte al Mellerio, i sentimenti più ricorrenti che ruotano intorno alla figura di questo benefattore sono - LA RICONOSCENZA - LA GRATITUDINE - LA GENEROSITA’ E LIBERALITA’. Nacque persino un detto: “Non siamo in casa Mellerio qui!” - Definito come Uomo di PIETA’ E DI CARITA’ (vd. già in Dante, Pd.) - Uomo di INDULGENZA e di CLEMENZA (Seneca, De clementia) Se volessimo utilizzare un criterio di valutazione pagano, potremmo senz’altro definire Mellerio uomo dotato di grande HUMANITAS; preferendo però ricorrere ad un substrato cattolico di suo e nostro riferimento, non possiamo non notare che le qualità ascritte a Mellerio sono tra quelle più insigni ascrivibili al buon cristiano, che nel proprio cammino terreno è tenuto ad essere indulgente, clemente, caritatevole, generoso. Il conte finanzia tantissime opere. Tra le più note spiccano: il finanziamento per l’eremo a Domodossola, sede del rosminiano Istituto della Carità e il finanziamento per le attività educative legate a Maddalena di Canossa, nonché rifacimento/ristrutturazione di chiesette attigue alla zona dove la fondatrice dell’Ordine vive. Ne è un esempio la chiesetta di S.Maria del Pianto (VR), che il conte Mellerio provvede a far ristrutturare tra il 1831/’32, come la Superiora desidera, innalzando anche un Oratorio adiacente. “Buon Conte Mellerio, […] La prego di compier l’opera incominciata, perché abbiamo bisogno di placare la collera del Signore, che adesso ci minaccia con tante malattie…” (Archivio Mellerio, Fasc. 1 – lettera2, Verona 1831). Dal testo trapelano tra l’altro tracce di superstizione e accreditamento alle leggende popolari da parte della Superiora. “Cerchiamo di far presto, perché se questa opera di Carità ci tiene lontana la malattia…” (Archivio Mellerio, Fasc. 1 – lettera3, Verona 1831). Mellerio, per contro, non può essere definito superstizioso; il Conte si configura piuttosto come vero homo pius, uomo devoto. Per la Canossa, invece, si potrebbe parlare di più di DO UT DES: in sua opinione, quanto prima sarebbero finiti i lavori di ristrutturazione, tanto prima sarebbe scemata l’ira di Dio. “Il Signore Le ricambi tanta sua Carità e premura nel verificare i passi fatti…Bramai sempre una sollecita conclusione dell’affare […] sperando che tal opera di Carità potesse placare la Divina Giustizia e risparmiarci la malattia del cholera” (Archivio Mellerio, Fasc. 1 – lettera9, Verona 1832). Mellerio sborsa parecchi danari anche per le Missioni all’estero od oltreoceano, finalizzate all’evangelizzazione attraverso la Buona Novella. Missioni rosminiane sono presenti in Inghilterra. Luigi Gentili, collaboratore di Mellerio, ne tiene informato il conte (1835-‘36-‘40-‘44). Vd alla lettera G del faldone #6, in ordine alfabetico, presso la biblioteca ‘A.Maj’. I Missionari, molti dei quali partono tra il 1830 e il 1840, sono in prevalenza ammiratori di Rosmini e/o seguaci del suo ordine, diffuso da allora in molti Paesi anche extra-europei (si consultino le lettere giunte al Conte dagli Stati americani dell’Illinois, Maryland, Louisiana, Kentucky…). In quel periodo, come attestano le lettere, meno di 1/10 della popolazione americana era cattolica; in America era altissimo il tasso di protestantesimo. Attualmente i rosminiani sono stanziati nei seguenti Paesi: Galles, India, Inghilterra, Irlanda, Kenia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Tanzania, Venezuela. Tantissime lettere conservate a Bergamo in “Angelo Maj”, per esempio il faldone #3 (42 ‘Lettere di sacerdoti dedicati alle Missioni a Giacomo Mellerio’), sono una pioggia di ringraziamenti ed ossequio da parte di diversi ecclesiastici, missionari dell’Istituto della Carità, la maggior parte in lingua francese. Anche il faldone #5 (182 ‘Lettere di sacerdoti rispettabili a Giacomo Mellerio’), son dense di ringraziamenti per aver ricevuto Fondi per ristrutturazione di Chiese piuttosto che per altre opere benefiche. Per capire più capillarmente gli esborsi del Conte, si consulti il faldone # 10 presso la Biblioteca “Angelo Maj” di Bergamo: è una serie di quinternetti contenenti le spese di G.M. e i conti dal 1820-1834; 1836-1846. Lì si evidenzia una cura quasi maniacale nel descrivere le ‘levate in contanti’ (prelievi) dalla cassa centrale di amministrazione, e il successivo utilizzo di tali somme per le causali più disparate, in prevalenza verso interventi di beneficenza, sussidi, regalìe, elemosine, sostegno finanziario ad indigenti, vedove per il pagamento del fitto di casa, orfani, canonici, suore, enti, personale di servizio etc. Al sig. Alessandro Fioretti, suo amministratore, in casa Mellerio, fa notare a debito varie cose. Ha parole di stima per il suo amministratore; tuttavia è sempre Mellerio in prima persona, che poi controlla i conti. E’ stupefacente notare quanti siano gli esborsi effettuati e l’attenzione dimostrata dal Mellerio nelle più diverse situazioni del bisogno, anche le più minute, segno questo della sua eccezionale apertura mentale verso i meno fortunati e della sua predisposizione al donare, inteso come gesto di amore e di prodigalità verso l’umanità sofferente o, quanto meno, bisognosa.
Al soldo degli Austriaci c’è anche il cognato, che a Vienna condivide un signorile appartamento con Mellerio. Ma in realtà il povero Mellerio è e sta a Vienna controvoglia, paragonando addirittura simbolicamente la propria permanenza ad “un arresto”. Così scrive alla sorella: “E’ un tormento, che nessuno può capire meglio di te, che a fondo conosci il mio temperamento. La sola consolazione che provo è […] che il Signore, che mi ha posto in questa dispiacevole situazione, mi aiuterà ad uscirne, dandomi quei lumi, e quella forza, che mi manca, e in caso di cattiva riuscita, la pazienza necessaria per sopportare in pace. Che ci sia questo benedetto Congresso, se penserà seriamente a sistemare le cose nostre. Tutto sta, che non vada troppo in lungo”. (Archivio Mellerio, Fasc. 7, lettera 86, Vienna 27 ottobre 1814) “L’Imperatore vuole che stia qui ancora un mese; alzo gli occhi al cielo, mi stringo nelle spalle e taccio”. (Archivio Mellerio, Fasc. 7, lettera 84, Vienna 2 marzo 1815). Queste citazioni potrebbero almeno in parte sedare le polemiche sorte intorno alla figura del Conte, additato come colui che ha lavorato al soldo sia degli Austriaci che della controparte, cioè sia durante il periodo napoleonico in Lombardia che poi durante la Restaurazione. Dalle citazioni si rileva tuttavia come G.M. non si sia mai asservito al potere, bensì abbia risposto ai diversi incarichi più come un obbligo morale. Non si lascia pertanto mai travolgere dalla politica, che vede come un campo dove poco vige la dirittura etica: “Cara Maddalenina, i mali dell’Europa vengono dalla corruttela dei principii della morale ”. (Archivio Mellerio, Fasc. 7, lettera 98, Vienna primavera 1815).
Nel 1817 Mellerio vorrebbe dimettersi e ritirarsi a vita privata, perché è metaforicamente “stanco di remare”, come confessa al principe Albani, pochi giorni prima che giungesse la notizia della sua morte. Ringraziandolo per il permesso accordatogli di parlare “col linguaggio del cuore, anziché della riverenza”, scrive: “Qui si continua a viver nelle tenebre, né appare fin d’ora alcun raggio, che le rischiari. Ond’è che senza far cammino ci contentiamo di rimorchiare la barca a stento, tanto perché non affondi prima che giungano e nuovi piloti e tempi più sereni. Io però confesso che sono stanco di remare ché, perduta la bussola, non so bene dove mi vada. Ho però gran motivo di ringraziare Iddio, se non fosse per altro per la consolazione, che mi accorda nella figlia, di cui sono da qualche tempo contentissimo per la qualità della mente e del cuore che vi vanno felicemente sviluppando in questa cara creaturina, e che mi fanno concepire le migliori speranze ”. (Archivio Mellerio, Fasc. 8, lettera 1, Milano 20 gennaio 1817). Più avanti G.M. si lascerà influenzare, nel gestire i rapporti politici, dagli scritti rosminiani, in particolare dalla: Filosofia della politica (1839).
Il carteggio va dal 1827 all’ottobre 1847; l’ultima lettera è stata scritta dal Gernetto dal conte Mellerio a meno di due mesi dalla sua stessa morte. Fitto il carteggio iniziale, risalente alla fine degli Anni ’20. Mellerio aveva ormai 50 anni ma per Rosmini, di 20 anni più giovane, quelli erano anni di intensa attività. Ricordiamo infatti che Rosmini frequentò molto Milano tra il 1826-1828, dove conobbe il Manzoni e a lui si legò di viva amicizia. Proprio durante questo soggiorno maturò a pieno il progetto di fondare un ordine religioso: l’ISTITUTO DELLA CARITA’ (Domodossola, Piemonte, 1828), dedicata alla maggiore e più importante delle 3 virtù teologali. La carità, fonte di tutte quante le virtù, ha come fine quello di provvedere ai bisogni altrui. Rosmini docet e Mellerio, da bravo allievo, mette in pratica i precetti cristiani ripresi da Rosmini: “E seguitiamo,dietro la vostra sentenza che è l’ottima, a fare come si può meglio il bene che di mano in mano ci si presenta alla giornata, ciascuno secondo le proprie forze”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M., Milano 30 novembre 1829). Rosmini tenta di aggiornare una visione teocentrica della vita. E’ Dio, l’essere trascendente, e l’Ente in sé, che si rivela all’uomo, lo illumina e gli permette di pensare. Accanto a questa ontologia l’etica di Rosmini si sviluppa come un’etica caritativa. Quest’atteggiamento si rivela anche nei suoi scritti di carattere pedagogico: “Sull’unità dell’educazione” (1826). I rosminiani, membri dell’Istituto della Carità, sono tutt’oggi impegnati sia in opere di apostolato che nell’attività educativa (Collegi della congregazione), il cui fine è sempre Dio. E’ Mellerio ad occuparsi del finanziamento x i lavori di “ristorazione dell’eremo” sul Sacro Monte Calvario di Domodossola, sede dell’Istituto della Carità (lettera da Milano, datata 11 ottobre 1827- Archivio Rosminiano di Stresa). Dallo stesso archivio, in una lettera scritta di proprio pugno da Mellerio, si legge: “ In questo santo giorno sono sicuro che invocherete sopra di me uno di quei raggi luminosi, che fanno vedere le cose tutte nel loro vero aspetto, io per quel poco che posso non manco dal canto mio di mantenervi la parola, che vi diedi… ” (Milano, 25 maggio 1828). Allude alla promessa di finanziamento per la sede dell’Istituto della Carità. Gli esborsi per l’eremo di Domodossola sono ingenti e lo saranno quelli per diffondere gli Istituti della Carità in altri posti. “Ho ricevuto il disegno della nuova fabbrica, ed ho capito come grande sia il vostro desiderio, anzi la vostra impazienza di vederla almeno principiata […] La somma difficoltà consiste nella spesa, poiché se la cifra esposta mi fa paura anche quale sta, molto più mi spaventa la quasi certezza di notabile aumento, e per verità non potrei io sostenerla senza lo sconcio di dover alterare il mio sistema […] Come però preme assai anche a me di non lasciare imperfetto uno stabilimento del quale mediante l’opera vostra, e dei vostri compagni mi riprometto tanto bene per la mia patria, per la scienza e per la religione, così potete essere certo, che mi studierò di combinare il modo da condurre a termine il vostro progetto col minor sbilancio possibile delle già scemate mie finanze”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. dal Gernetto 26/8/ 1840 a Rosmini a Stresa).
G.M. si preoccupa dunque di diffondere ‘succursali’ dell’Istituto della Carità in altre città d’Italia, in particolare Verona e Roma. Qui il Conte auspica la concessione all’Istituto della Carità della Chiesa di S.Carlo al Corso a Roma. Questo è il probabile motivo per cui egli si reca spesso nella capitale. Il primo gennaio 1839 Mellerio, quasi esultante, augura così il buon anno all’amico reverendo Rosmini e al suo Istituto della Carità, per il quale il buon Conte si sta dando parecchio da fare: “Se l’anno scorso finì a meraviglia per l’atto di conferma del vostro Istituto, quello che comincia non sarà meno felice, io ne ho tutta la fiducia in Dio benedetto per la progressione regolare, e continuata fino al prefetto suo sviluppo, e durevole consistenza. Più che con voi me ne rallegro per la Chiesa della quale va ad essere un nuovo ornamento, e sostegno, e me ne rallegro con me anche per le mie scuole le quali ora soltanto possono dirsi fondate”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. da Milano 1/1/ 1839 a Rosmini a Stresa). Nello stesso anno anche Rosmini si dirige a Roma per il progetto della sua scuola. Mellerio aspetta con impazienza ragguagli a tal proposito: “Privo di vostre lettere forse da un mese e mezzo, ho dovuto nonostante la mia giusta impazienza contentarmi di procacciarmele indirettamente: ora che dai dati ultimi avuti da Roma devo ritenervi costà di ritorno vengo a pregarvi di non privarmi più a lungo di vostre lettere, in un momento che la mia curiosità sull’esito del vostro viaggio è al suo colmo perché proporzionata alla parte che prendo alla Congregazione da voi istituita, ed a tutto ciò che la riguarda”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. da Milano 15/9/ 1839 a Rosmini). “La curiosità di sapere tutto per minuto mi vi spinge, ma più ancora il bisogno di concertare con voi il modo di avviare col principio dell’anno scolastico la scuola della filosofia; poiché siamo già tanto avanti, che non vi ha tempo da perdere. Tanto più che si ha da chiedere l’autorizzazione della Riforma di Torino”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. da Milano 3/10/ 1839 a Rosmini a Stresa). La liberalità di Mellerio è tanto più lodevole, se si considera la montante ostilità cui va incontro Rosmini, a cavallo tra Anni ’30 e Anni ’40: Un ecclesiastico rosminiano si lamenta dell’ostilità cui va incontro il “suo Superiore” Rosmini da parte della Compagnia di Gesù: “Tutti i sostenitori dell’Ill.mo Rosmini non sono altro che giansenisti dell’Alta Italia”(Archivio Mellerio, Fasc. 6- Alfabetico, lettera M, scritta da don Giacomo Mazzi, Roma 27 maggio 1842).
Si era frattanto delineato l’orientamento politico anti-austriaco di Rosmini, orientamento che lo espose ad una forma di persecuzione da parte dell’Austria. Avversato dall’Austria, nonchè dai Gesuiti, che mettono due suoi opuscoli all’Indice (1849) si ritira subito dopo a Stresa, Mellerio è ormai morto. A fargli visita, interrompendolo dal suo lavoro di studioso, ci pensano però altri ammiratori ed amici, tra i quali il Manzoni. 7. Mellerio e l’EDUCAZIONE SCOLASTICA. “So qual’interesse piglia l’Eccellenza vostra a tutto ciò che riguarda l’educazione” (lettera di un ecclesiastico a Mellerio) Altro fondamentale aspetto di G.Mellerio, dal quale non si può prescindere, è l’indefessa cura che egli pone nel donare una gran parte dei propri fondi nel campo dell’educazione. Una buona educazione è, per G.M., sicuramente un’educazione cristiana cattolica, che peraltro egli stesso aveva ricevuto presso gli Scolopi. Sulla stessa linea pedagogica di Rosmini, le cui idee verranno stampate nell’opera: Dell’educazione cristiana (1856), Mellerio si lascia influenzare anche dalla devozione di Maddalena di Canossa e dai precetti che ella pone all’interno del proprio Istituto privato, che architettonicamente realizzerà grazie agli sforzi finanziari di Mellerio. Addentriamoci peraltro un momento nel carteggio scambiato con Maddalena di Canossa: si tratta di sole 13 lettere, che Maddalena di Canossa, definendosi “Superiora delle Figlie della Carità”, scrive a G.M., quasi tutte tra il 1831 e 1832, da Verona. Questa manciata di lettere costituiscono il faldone # 1 dell’Archivio Mellerio conservato in Biblioteca “A.Maj”. Eppure da quasi ogni riga trasuda la liberalità di Mellerio, nel donare per le suore, definite Figlie della Carità, e per opere educative che sottostanno ad un grande piano progettuale della Canossa, che consiste in:
“Cerco persone caritatevoli e disposte ad impiegarsi ad ammaestrare i poveri Sordomuti, ed i miei cari ragazzi Senza nati, ed abbiamo la consolazione di vedere già il frutto: i Sordomuti sono 9, i ragazzi sono 32, ma il male è che questi ultimi ogni sera crescono ed a momenti non vi è più luogo da metterli. Già, come sa questi poveri ragazzi sono quelli, che per povertà loro debbono stare a bottega tutto il giorno, e non possono andare alle pubbliche scuole” (Archivio Mellerio, Fasc. 1- Verona, 1832).
Nel luglio 1847, a soli pochi mesi dalla morte di Mellerio, muore la Madre Superiora. Dal Gernetto G.M. scrive una lettera piena di cordoglio. Ma il vero modello educativo che lancia G.M. in prima persona è quello legato all’apertura di un Collegio, l’Istituto dei 100 Figliuoli dei poveri Artisti o Mercenari.
Il caritatevole Mellerio finanzia infatti l’apertura di detto Collegio, ove i suddetti soggetti siano “alimentati e provveduti del bisognevole, ben educati nel costume e nella Religione, e ben ammaestrati in qualche Arte o mestiere donde traggano un giorno la sussistenza della loro famiglia” (Archivio Mellerio, Fasc. 11, lettera #17). Si tratta di un’Istituzione benefica, con una sua propria Regola, dove l’istitutore (Rettore) ha il fine di formarli buoni cattolici ed artisti operosi (disciplina), che G.M. vorrebbe simile a quella che S.Carlo Borromeo ha dato ai suoi seminaristi. La disciplina è divisa in punti, tra cui: v Orario: v Sonno e sollievo Il tempo del dormire e del ricrearsi sia limitato, in modo che ottemperino per tempo ad una vita attiva, quale si conviene ad un’artista. Si facciano levare di buon’ora la mattina per guadagnare di tempo […] Si permettano loro quei giochi che servono ad esercitar il corpo e a renderlo robusto e svelto, e loro si vietino tutti (i giochi) di carte, pe’ quali potranno un giorno prndere passione con perdita di tempo e con danno” (Archivio Mellerio, Fasc. 11, lettera #17). v Disciplina e religione
Sfogliando l’Archivio Mellerio, Fasc. 11, vi è conservata a latere un’agendina in pelle finemente rilegata, dell’anno 1824. Accanto alle festività, negli spazi bianchi, Mellerio prima si appunta gli anniversari e i compleanni dei parenti vari; poi elenca i libri aveva letto o che in quegli anni andava leggendo: la Bibbia; classici greci (Omero, Esiodo, Plutarco, Polibio, Demostene); drammaturghi greci (Aristofane, Eurupide); storici greci (Senofonte, Erodoto, Tucidide); classici latini (Ennio, Cicerone, Virgilio, Seneca, Quintiliano); storici latini (Tito Livio, Svetonio, Tacito); libri agiografici (S.Agostino, di cui amava le Confessiones). Mellerio scrive delle lettere in latino. Possiede bene la conoscenza della lingua latina, tant’è che traduce il “De amicitia” di Cicerone, dedicandolo al cognato come già Cicerone l’aveva dedicato al suocero Lelio. Tuttavia, da una mia attenta analisi del testo tradotto dal Mellerio rispetto all’originale, emerge una traduzione piuttosto compilativa. Mellerio paragona specularmene il cognato, conte Somaglia, a Lelio, parificandoli in tre doti:
Mellerio risulta piuttosto compilativo anche quando scrive di Filosofia, di cui egli ama alcuni “rami”, quali la Fisica (a cui afferiscono le sensazioni), la Metafisica (a cui afferiscono le idee) e l’Etica. Riprende particolarmente Platone ed Aristotele, ma non si addentra mai in ipotesi sperimentali che forse si troverebbe poi in difficoltà a dimostrare. Si consulti il Fasc. 55, ossia lo “Zibaldone di Pensieri Metafisici”, depositato a BG in ‘Angelo Maj’. Un grande merito del conte va poi segnalato nell’aver provveduto a finanziare la stampa e la diffusione di molti libri. Il conte è un bibliofilo, come il Reverendo Monsignor Angelo Maj (Schilpario, BG 1782- Catelgandolfo, Roma 1864), filologo gesuita bergamasco, per parecchi anni primo custode della Biblioteca Vaticana fino al 1838, anno in cui venne insignito Cardinale. Nell’Archivio Mellerio, Fasc. 8/1, # 30 c’è una lettera scritta da Mellerio a Monsignor Angelo Maj a Roma, 25 settembre 1833, dove attesta la propria stima. Altri letterati di grande calibro inviano a lui bozze di opere, prima di darle alle stampe; segno che, oltre eventualmente all’aiuto economico che potevano trarre dal conte, ci tenevano parecchio al suo parere. Un esempio su tutti, come si evince dall’Archivio Rosminiano a Stresa: Niccolò Tommaseo (1802-1874), nel 1833 gli invia dei “quinternetti” circa delle correzioni da apporre al suo Dizionario dei Sinonimi (pubblicato già nel 1830) e puntualizzazioni linguistico-letterarie, sulle quali stava lavorando in vista della pubblicazione del suo monumentale Dizionario della lingua italiana, in più tomi (1858-1879). Tommaseo chiede espressamente il parere del Conte. Come per Mellerio, l’educazione di Tommaseo fu rigorosamente cattolica (il cattolicesimo delicato di Tommaseo riluce nel suo romanzo Fede e Bellezza, 1840), con salde fondamenta umanistiche; entrambi possedevano quindi lo stesso background. Stessa la città: nel 1824 il letterato dalmata si trasferì a Milano. A Milano conobbe Manzoni e gli presentò Rosmini (che Tommaseo, praticamente suo coetaneo, aveva conosciuto a Padova, dove entrambi compirono gli studi universitari. Durante il loro soggiorno padovano, divennero grandi amici). Gli otto punti sopra esposti sono, a mio parere, quelli che meglio mettono in evidenza la personalità del Conte Giacomo Mellerio, nelle sue diverse sfaccettature e peculiarità.
p.s. Si ringrazia vivamente, per lo spoglio del carteggio del conte Mellerio, la preziosa collaborazione di Andrea Reduzzi. |
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Agosto 2009 10:39 |






