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Roberto Vecchioni

Tutte le parole scritte dagli uomini
sono forsennato amore
non corrisposto;
sono un diario frettoloso e incerto
che dobbiamo riempire di corsa,
perchè tempo ce n'è poco.
Un immenso diario che teniamo per Dio,
per non recarci a mani vuote all'appuntamento.

Roberto Vecchioni

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Mellerio - Pagina 6 PDF Stampa E-mail
Scritto da Elena Reduzzi   
Giovedì 30 Luglio 2009 13:24
Indice
Mellerio
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Pagina 6 di 6
G.M. si preoccupa dunque di diffondere ‘succursali’ dell’Istituto della Carità in altre città d’Italia, in particolare Verona e Roma. Qui il Conte auspica la concessione all’Istituto della Carità della Chiesa di S.Carlo al Corso a Roma. Questo è il probabile motivo per cui egli si reca spesso nella capitale.

Il primo gennaio 1839 Mellerio, quasi esultante, augura così il buon anno all’amico reverendo Rosmini e al suo Istituto della Carità, per il  quale il buon Conte si sta dando parecchio da fare:

“Se l’anno scorso finì a meraviglia per l’atto di conferma del vostro Istituto, quello che comincia non sarà meno felice, io ne ho tutta la fiducia in Dio benedetto per la progressione regolare, e continuata fino al prefetto suo sviluppo, e durevole consistenza. Più che con voi me ne rallegro per la Chiesa della quale va ad essere un nuovo ornamento, e sostegno, e me ne rallegro con me anche per le mie scuole le quali ora soltanto possono dirsi fondate”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. da Milano 1/1/ 1839 a Rosmini a Stresa).

Nello stesso anno anche Rosmini si dirige a Roma per il progetto della sua scuola. Mellerio aspetta con impazienza ragguagli a tal proposito:

“Privo di vostre lettere forse da un mese e mezzo, ho dovuto nonostante la mia giusta impazienza contentarmi di procacciarmele indirettamente: ora che dai dati ultimi avuti da Roma devo ritenervi costà di ritorno vengo a pregarvi di non privarmi più a lungo di vostre lettere, in un momento che la mia curiosità sull’esito del vostro viaggio è al suo colmo perché proporzionata alla parte che prendo alla Congregazione da voi istituita, ed a tutto ciò che la riguarda”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. da Milano 15/9/ 1839 a Rosmini).

“La curiosità di sapere tutto per minuto mi vi spinge, ma più ancora il bisogno di concertare con voi il modo di avviare col principio dell’anno scolastico la scuola della filosofia; poiché siamo già tanto avanti, che non vi ha tempo da perdere. Tanto più che si ha da chiedere l’autorizzazione della Riforma di Torino”. (Archivio Rosminiano di Stresa, lettera di G.M. da Milano 3/10/ 1839 a Rosmini a Stresa).

La liberalità di Mellerio è tanto più lodevole, se si considera la montante ostilità cui va incontro Rosmini, a cavallo tra Anni ’30 e Anni ’40:

Un ecclesiastico rosminiano si lamenta dell’ostilità cui va incontro il “suo Superiore” Rosmini da parte della Compagnia di Gesù:

“Tutti i sostenitori dell’Ill.mo Rosmini non sono altro che giansenisti dell’Alta Italia”(Archivio Mellerio, Fasc. 6- Alfabetico, lettera M, scritta da don Giacomo Mazzi, Roma 27 maggio 1842).

 

Si era frattanto delineato l’orientamento politico anti-austriaco di Rosmini, orientamento che lo espose ad una forma di persecuzione da parte dell’Austria.

Avversato dall’Austria, nonchè dai Gesuiti, che mettono due suoi opuscoli all’Indice (1849) si ritira subito dopo a Stresa, Mellerio è ormai morto. A fargli visita, interrompendolo dal suo lavoro di studioso, ci pensano però altri ammiratori ed amici, tra i quali il Manzoni.

7.      Mellerio e l’EDUCAZIONE SCOLASTICA.

“So qual’interesse piglia l’Eccellenza vostra a tutto ciò che riguarda l’educazione” (lettera di un ecclesiastico a Mellerio)

Altro fondamentale aspetto di G.Mellerio, dal quale non si può prescindere, è l’indefessa cura che egli pone nel donare una gran parte dei propri fondi nel campo dell’educazione.

Una buona educazione è, per G.M., sicuramente un’educazione cristiana cattolica, che peraltro egli stesso aveva ricevuto presso gli Scolopi. Sulla stessa linea pedagogica di Rosmini, le cui idee verranno stampate nell’opera: Dell’educazione cristiana (1856), Mellerio si lascia influenzare anche dalla devozione di Maddalena di Canossa e dai precetti che ella pone all’interno del proprio Istituto privato, che architettonicamente realizzerà grazie agli sforzi finanziari di Mellerio.

Addentriamoci peraltro un momento nel carteggio scambiato con Maddalena di Canossa: si tratta di sole 13 lettere, che Maddalena di Canossa, definendosi “Superiora delle Figlie della Carità”, scrive a G.M., quasi tutte tra il 1831 e 1832, da Verona. Questa manciata di lettere costituiscono il faldone # 1 dell’Archivio Mellerio conservato in Biblioteca “A.Maj”. Eppure da quasi ogni riga trasuda la liberalità di Mellerio, nel donare per le suore, definite Figlie della Carità, e per opere educative che sottostanno ad un grande piano progettuale della Canossa, che consiste in:

  1. Trovare caritatevoli persone che gratuitamente istruiranno i Sordo Muti
  2. Accudire i Senza nati (n.d.r. gli orfanelli)

“Cerco persone caritatevoli e disposte ad impiegarsi ad ammaestrare i poveri Sordomuti, ed i miei cari ragazzi Senza nati, ed abbiamo la consolazione di vedere già il frutto: i Sordomuti sono 9, i ragazzi sono 32, ma il male è che questi ultimi ogni sera crescono ed a momenti non vi è più luogo da metterli. Già, come sa questi poveri ragazzi sono quelli, che per povertà loro debbono stare a bottega tutto il giorno, e non possono andare alle pubbliche scuole” (Archivio Mellerio, Fasc. 1- Verona, 1832).

 

Nel luglio 1847, a soli pochi mesi dalla morte di Mellerio, muore la Madre Superiora. Dal Gernetto G.M. scrive una lettera piena di cordoglio.

Ma il vero modello educativo che lancia G.M. in prima persona è quello legato all’apertura di un Collegio, l’Istituto dei 100 Figliuoli dei poveri Artisti o Mercenari.

 

Il caritatevole Mellerio finanzia infatti l’apertura di detto Collegio, ove i suddetti soggetti siano

“alimentati e provveduti del bisognevole, ben educati nel costume e nella Religione, e ben ammaestrati in qualche Arte o mestiere donde traggano un giorno la sussistenza della loro famiglia” (Archivio Mellerio, Fasc. 11, lettera #17).

Si tratta di un’Istituzione benefica, con una sua propria Regola, dove l’istitutore (Rettore) ha il fine di formarli buoni cattolici ed artisti operosi (disciplina), che G.M. vorrebbe simile a quella che S.Carlo Borromeo ha dato ai suoi seminaristi.

La disciplina è divisa in punti, tra cui:

v     Orario:

v     Sonno e sollievo         Il tempo del dormire e del ricrearsi sia limitato, in modo che ottemperino per tempo ad

una vita attiva, quale si conviene ad un’artista. Si facciano levare di buon’ora la mattina per guadagnare di tempo […] Si permettano loro quei giochi che servono ad esercitar il corpo e a renderlo robusto e svelto, e loro si vietino tutti (i giochi) di carte, pe’ quali potranno un giorno prndere passione con perdita di tempo e con danno” (Archivio Mellerio, Fasc. 11, lettera #17).

v     Disciplina e religione

 

 

  1. Come UOMO DI CULTURA Mellerio è sicuramente un grande ammiratore della cultura classica.

Sfogliando l’Archivio Mellerio, Fasc. 11, vi è conservata a latere un’agendina in pelle finemente rilegata, dell’anno 1824.

Accanto alle festività, negli spazi bianchi, Mellerio prima si appunta gli anniversari e i compleanni dei parenti vari; poi elenca i libri aveva letto o che in quegli anni andava leggendo: la Bibbia; classici greci (Omero, Esiodo, Plutarco, Polibio, Demostene); drammaturghi greci (Aristofane, Eurupide); storici greci (Senofonte, Erodoto, Tucidide); classici latini (Ennio, Cicerone, Virgilio, Seneca, Quintiliano); storici latini (Tito Livio, Svetonio, Tacito); libri agiografici (S.Agostino, di cui amava le Confessiones).

Mellerio scrive delle lettere in latino. Possiede bene la conoscenza della lingua latina, tant’è che traduce il “De amicitia” di Cicerone, dedicandolo al cognato come già Cicerone l’aveva dedicato al suocero Lelio. Tuttavia, da una mia attenta analisi del testo tradotto dal Mellerio rispetto all’originale, emerge una traduzione piuttosto compilativa. Mellerio paragona specularmene il cognato, conte Somaglia, a Lelio, parificandoli in tre doti:

  1. Saper sopportare con moderazione il dolore
  2. Humanitas
  3. La benevolenza, “virtù contro il reciproco commercio di favori”, data da interna stima ed affezione.

Mellerio risulta piuttosto compilativo anche quando scrive di Filosofia, di cui egli ama alcuni “rami”, quali la Fisica (a cui afferiscono le sensazioni), la Metafisica (a cui afferiscono le idee) e l’Etica. Riprende particolarmente Platone ed Aristotele, ma non si addentra mai in ipotesi sperimentali che forse si troverebbe poi in difficoltà a dimostrare.

Si consulti il Fasc. 55, ossia lo “Zibaldone di Pensieri Metafisici”, depositato a BG in ‘Angelo Maj’.

Un grande merito del conte va poi segnalato nell’aver provveduto a finanziare la stampa e la diffusione di molti libri.

Il conte è un bibliofilo, come il Reverendo Monsignor Angelo Maj (Schilpario, BG 1782- Catelgandolfo, Roma 1864), filologo gesuita bergamasco, per parecchi anni primo custode della Biblioteca Vaticana fino al 1838, anno in cui venne insignito Cardinale.

Nell’Archivio Mellerio, Fasc. 8/1, # 30 c’è una lettera scritta da Mellerio a Monsignor Angelo Maj a Roma, 25 settembre 1833, dove attesta la propria stima.

Altri letterati di grande calibro inviano a lui bozze di opere, prima di darle alle stampe; segno che, oltre eventualmente all’aiuto economico che potevano trarre dal conte, ci tenevano parecchio al suo parere.

Un esempio su tutti, come si evince dall’Archivio Rosminiano a Stresa: Niccolò Tommaseo (1802-1874), nel 1833 gli invia dei “quinternetti” circa delle correzioni da apporre al suo Dizionario dei Sinonimi (pubblicato già nel 1830) e puntualizzazioni linguistico-letterarie, sulle quali stava lavorando in vista della pubblicazione del suo monumentale Dizionario della lingua italiana, in più tomi (1858-1879). Tommaseo chiede espressamente il parere del Conte. Come per Mellerio, l’educazione di Tommaseo fu rigorosamente cattolica (il cattolicesimo delicato di Tommaseo riluce nel suo romanzo Fede e Bellezza, 1840), con salde fondamenta umanistiche; entrambi possedevano quindi lo stesso background.

Stessa la città: nel 1824 il letterato dalmata si trasferì a Milano. A Milano conobbe Manzoni e gli presentò Rosmini (che Tommaseo, praticamente suo coetaneo, aveva conosciuto a Padova, dove entrambi compirono gli studi universitari. Durante il loro soggiorno padovano, divennero grandi amici).

Gli otto punti sopra esposti sono, a mio parere, quelli che meglio mettono in evidenza la personalità del Conte Giacomo Mellerio, nelle sue diverse sfaccettature e peculiarità.


p.s. Si ringrazia vivamente, per lo spoglio del carteggio del conte Mellerio, la preziosa collaborazione di Andrea Reduzzi.


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Ultimo aggiornamento Giovedì 06 Agosto 2009 10:39
 
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Dr. Elena Reduzzi
Coach, specializzata in Terapia Sistemica e
Comunicazione Strategica alla Scuola di Palo Alto (California)
Docente liceale di ruolo
Esperta in Teatroterapia

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