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Fernando Pessoa
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Non sono niente. Fernando Pessoa |
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| Il vero simbolo del teatro terapeutico è la casa privata. Qui il teatro emerge nel suo senso più profondo, perchè i segreti più preziosi resistono violentemente rifiutando di lasciarsi toccare e mettere in mostra. E' l'elemento completamente privato. La prima casa stessa, il luogo dove la vita comincia e finisce, la casa della nascita e la casa della morte, la casa delle più intime relazioni interpersonali diventa un palcoscenico e uno scenario. Il proscenio è la porta centrale e il balcone. La platea è nel giardino, nella strada. Le persone recitano di fronte a sè la loro stessa vita. Il luogo del conflitto e il suo teatro sono gli stessi. Vita e fantasia diventano uguali e simultanee. Le persone sperimentano la realtà per la seconda volta, ma come padroni. Tutto il passato viene trascinato fuori dalla sua tomba e risponde all'appello. Perchè i protagonisti possono uscire dalle loro gabbie, essi rivelano le ferite più profonde e segrete, che ora sanguinano apertamente. J.L.Moreno Manuale di Psicodramma. Il teatro come terapia |
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We have 3 guests online| Tournèe con Patch Adams all'estero |
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| Written by Elena Reduzzi |
| Tuesday, 28 July 2009 11:23 |
Il metodo PATCH ADAMS: il nostro incontro, la nostra collaborazione e le Missioni Umanitarie in orfanotrofi e Centri x handicap (Russia, Siberia, Argentina, West Virginia, Sud Italia)Per rispetto alle persone sofferenti che ho incontrato sulla mia via reputo doveroso dare voce a chi voce non ha. Poi, a marzo 2002, è iniziata la grande avventura nei meandri del sorriso: Conducevo già da tre anni il laboratorio di Comicoterapia al Liceo Sc. “Lussana” di Bergamo con i miei splendidi studenti del triennio, con cui facevamo animazione nei reparti Pediatria degli Ospedali Riuniti di Bergamo, di Seriate e di Ponte S.Pietro (Bg). In quel mese di marzo avevo saputo che il Patch Adams, fondatore della Comicoterapia, sarebbe venuto a Manerbio(Bs) per una conferenza. Con il beneplacito dell’allora mio Preside, mi sono recata là con la delegazione dei nostri liceali, tutti rigorosamente vestiti in costume fiabesco o da clown. “Tentar non nuoce”, si dice: e così, alla fine della conferenza, l’ho letteralmente rincorso per dargli il materiale-video e i miei progetti, per lui tradotti in inglese (nostalgica reminescenza della mia vita americana). Dopo due sole settimane, inaspettatamente mi viene recapitata -via espresso- la risposta di Patch, che mi invitava a far parte del suo staff internazionale per la Missione Umanitaria in Russia (The Healing Russian Tour) che annualmente egli svolge nel mese di novembre tra Mosca e S.Pietroburgo. Dato l’esito, ricordo che in quei giorni il motto di Pico della Mirandola: Homo faber ipsius fortunae - mi rimbombava nella testa in continuazione. Mi sento così fortunata ad aver potuto fare questa esperienza, perché mi ha fatto impattare il limite e mi ha ridimensionato molto: mi ha fatto scoprire che è bellissimo sentirsi fragili di fronte alla sofferenza e umanamente deboli di fronte a certe realtà che ti si parano davanti come schiaffi che non sai bene da quale parte arrivino. Ma partiamo dall’inizio: una delle poche regole che dà Patch al suo team prima della partenza per le missioni internazionali è quello di indossare sempre uno dei propri costumi di scena, dal momento in cui si mette piede fuori di casa con la valigia al momento in cui si torna a casa. E’ qualcosa di fantastico! Inizi la tua Missione di Pace già all’aeroporto di Milano, quando tutti ti guardano e alcuni ti aiutano a portare i bagagli (sarà che uno dei miei costumi è quello di principessa…eh eh); oppure quando arrivi al check-in e l’hostess di terra, sorridendo, dice: “Come mai, principessa, le hanno comprato il biglietto in economic class? E’ indecente!”. E allora anch’io sorrido e capisco che può bastare un costume e la credibilità che io ci metto ad essere quel personaggio che la tensione tra i diversi ruoli sociali si allenta; persino la Polizia alla Dogana mi sorride e fa fotografie con me, mentre fanno bacia-mano sui miei guanti azzurri… Volo Copenhagen-Mosca: il volo dentro la coscienza. Ricordo che in Russia abbiamo fatto spettacoli ovunque , dalle metropolitane alla famosa Piazza Rossa, dai teatri periferici agli ospedali ai centri H, e poi… gli orfanotrofi. Un pugno nello stomaco: ecco cos’è un orfanotrofio; un luogo anonimo (gli orfanotrofi hanno solo un numero là, non un nome). Che differenza si coglie nel dire che ho visitato sia l’orfanatrofio n.30 che il n.105? Ma la differenza la fanno gli orfani, che non hanno un padre, non hanno una madre, non hanno un cognome, non hanno il coraggio di dire ai loro fidanzatini dove vivono… E’ un luogo fatto di corridoi lunghi, sempre troppo squadrati come le regole ferree a cui devono attenersi, bui, sporchi, dove ogni tanto si aprono degli squarci su camerate di maschi o femmine, ed ogni camerata è uno squarcio che si apre nella tua anima. E’ un luogo dove i ragazzi hanno fame: ho poi saputo che il Governo russo provvede a 2$ al giorno per sfamarli, il che significa un piatto di minestra con patate e fave, un po’ di burro fuso per ‘chiudere la fame’ e magari un piattino di verza la domenica. Non sapendolo prima, io ero solita portare le mandorle caramellate e la prima volta che ho aperto il primo fazzoletto di mandorle, i ragazzini han strappato il tovagliolo in 4 parti, trangugiando le mandorle insieme a piccoli brandelli di carta. Ed io, senza parole, con due lievi graffi sulle braccia, gli occhi sbarrati su di loro che si rubavano a loro volta le mandorle dalle mani, con una frase che mi martellava in testa :”Vorrei dare amore, vorrei dare amore”. Perché è questo il problema: la mancanza d’amore, che porta i ragazzi ad essere aggressivi o alienati, tanto che ti guardano fisso per interi minuti, tanto che ti penetrano dentro con i loro sguardi vuoti. Non potrò mai dimenticare la visita che ho fatto alla Baby House, brefotrofio per neonati, dove i bimbi erano stati abbandonati dai genitori allorquando questi ultimi si accorgevano che il proprio figlio aveva una minorazione visiva o uditiva (vd. immagini in Allegato). I genitori li abbandonavano e le poche puericultrici spesso non avevano tempo per coccolare tutti. E, con mia sorpresa, ho visto questi piccoli che, gattonando, venivano verso di me, seduta sul tappeto, ed arrampicandosi su per le gambe cercavano di raggiungere le mie braccia. L’abbraccio: abbiamo un così bel dono da condividere con qualcuno, ma sempre più raramente lo regaliamo, ce lo regaliamo. Del resto,già Aristotele affermava: “L’uomo è un animale sociale”. Quella russa è comunque una miseria molto diversa dagli stereotipi cui siamo abituati: là nessuno pretende ed anzi, quando regali loro qualcosa, si mettono quasi a piangere perché non sanno come ringraziarti. Ho svuotato i miei bagagli: ho dato giocattoli, T-shirt, scarpe, qualsiasi cosa potessi dare… e per ogni dono che davo, c’era un abbraccio che ricevevo, ma di quelli che ti scavano dentro, che ti rimangono addosso. Vivo in piena epoca consumistica, ma credo di aver capito quale sia la vera ricchezza. Vivo nel mondo post-moderno, nella realtà sociologicamente ‘liquida’, dove la TV e i mass media pretendono di insegnare ai ragazzi, nostri studenti, che per star bene bisogna raggiungere un certo status symbol, ma noi formatori abbiamo il compito etico di prospettare ai giovani che forse per star bene bisognerebbe aprirsi di più verso gli altri, i quali possono farci eventualmente anche da specchio, ributtandoci addosso le paure che non sappiamo superare, il coraggio che non sappiamo dimostrare, i sogni che nascondiamo anziché tentare di perseguire.Tutti noi del team abbiamo avuto cedimenti emotivi, anch’io… Ma il gruppo era lì, ogni volta con delle never ending sessions, di 4-5 ore, solitamente di notte. “Soffrire è capire”, diceva già Euripide: grazie a questo viaggio e a tutti i successivi (Volga River 2003, Sud Italia 2003, Argentina 2004, West Virginia 2005) ho preso consapevolezza di molte cose. Un ringraziamento va senz’altro a Maris’a children, l’organizzazione non profit russa, gestita da un’insegnante (Maria appunto) e dal di lei marito, che si impegna a salvare i bambini degli orfanotrofi dagli abusi sessuali e dalla dispersione. Da tutti questi viaggi mi è nato il forte desiderio ed obiettivo formativo di coinvolgere anche alcuni miei studenti del triennio in queste esperienze che t’insegnano molto. E così è stato: dal 2003 ho invitato i 3 studenti più motivati, e che comunque già aderivano come volontari al progetto Comicoterapia con interventi dai bimbi ospedalizzati, a partecipare ad una missione umanitaria con me e Patch. Ho parlato con le famiglie degli studenti, che si sono subito mostrate propense a questa forma di ‘turismo sociale’ per i propri figli. Il primo viaggio con alcuni miei studenti nell’estate’03 è stato su un battello che in tre settimane ha percorso tutto il fiume Volga. Il mio studente Efrem, che ora frequenta la facoltà di Medicina, ha anche scattato fotografie interessanti, che aiutano a denotare meglio il contesto sociale in Russia. Ad ogni modo, il Progetto educativo a cui abbiamo partecipato, denominato ‘Volga River Summer Camp’ era un campo estivo a carattere artistico e sociale: sul battello a tre piani c’erano molti adolescenti, accompagnati da insegnanti volontari, che ogni giorno erano impegnati in lezioni di clownerìe, comunicazione non verbale, pittura, giochi etc. Ospiti speciali: gli orfani. Sì, perché ciascun partecipante al campo sul battello doveva provvedere ad un orfano, pagando la sua quota d’iscrizione. E ciò consentiva a ciascun orfano di essere “adottato” per tre settimane. Ognuno di noi, pertanto, aveva il compito della ‘presa in carico’ di un orfano, di stargli vicino (per comunicare avevamo l’aiuto delle interpreti russe). L’idea interessante è che ai miei studenti (Efrem, Alice e Sarah) sono stati abbinati orfani più o meno loro coetanei, il che li ha responsabilizzati molto. |
| Last Updated on Tuesday, 28 July 2009 11:30 |






