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Non sono niente. Fernando Pessoa |
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| Il vero simbolo del teatro terapeutico è la casa privata. Qui il teatro emerge nel suo senso più profondo, perchè i segreti più preziosi resistono violentemente rifiutando di lasciarsi toccare e mettere in mostra. E' l'elemento completamente privato. La prima casa stessa, il luogo dove la vita comincia e finisce, la casa della nascita e la casa della morte, la casa delle più intime relazioni interpersonali diventa un palcoscenico e uno scenario. Il proscenio è la porta centrale e il balcone. La platea è nel giardino, nella strada. Le persone recitano di fronte a sè la loro stessa vita. Il luogo del conflitto e il suo teatro sono gli stessi. Vita e fantasia diventano uguali e simultanee. Le persone sperimentano la realtà per la seconda volta, ma come padroni. Tutto il passato viene trascinato fuori dalla sua tomba e risponde all'appello. Perchè i protagonisti possono uscire dalle loro gabbie, essi rivelano le ferite più profonde e segrete, che ora sanguinano apertamente. J.L.Moreno Manuale di Psicodramma. Il teatro come terapia |
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06.09.2010 | 15.00
Docenza a Bergamo sul Ruolo del TutorChi è online
2 visitatori online| La Comicoterapia in ospedale |
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| Scritto da Elena Reduzzi |
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Vorrei fare alcune riflessioni concernenti la mia esperienza della comicoterapia negli ospedali dal 1999 ad oggi (particolarmente nei reparti di Pediatria). Nel contesto dell’ospedalizzazione, ossia di un ‘cambio di residenza coatto’, seppur temporaneo, per l’individuo, è a mio avviso ben applicabile la teoria del corpo compresso. La teoria del “corpo compresso”, in cui si trova spesso l’uomo adulto, parte dall’osservazione del bambino dalla nascita. Sin dalla nascita, infatti, il processo tipico dell’esistenza è ‘andare avanti’, a partire dalla percezione che il bambino ha del proprio corpo, verso poi un corpo sociale, che è corpo relazionale, corpo delle persone che gli stanno intorno, a partire da sua madre e suo padre. I bambini interagendo cercano di introdurre una comprensione del corpo dell’altro, quella che normalmente, obiettivamente può definirsi l’integrazione. Per i bambini il corpo è il veicolo per esprimere ciò che il bimbo stesso sente (a partire dai bisogni primari, secondo la scala di Maslow, psicologo umanista), nonché quello che il bimbo desidera. Ma l’ospedalizzazione, o già semplicemente la malattia, porta il bimbo ad una situazione di “corpo compresso”, ossia ad uno stadio che non consente di trovare dentro di sé uno spazio di gioco per aprire con il suo corpo l’espressione di ciò che sente, di ciò che desidera. Ecco allora che la comicoterapia s’inserisce all’interno dell’ospedale pediatrico come possibilità di far esprimere il bambino, che spesso è denso di paure, legate al cambiamento (il bimbo in ospedale non ha più la sua cameretta; non ha più il suo gruppo di amici della scuola etc.)[1]. La comicoterapia ha tra i suoi obiettivi primari l’esorcizzazione della paura dell’ospedale, come luogo di mera sofferenza. L’ospedale, grazie allo spazio ludico che la comicoterapia offre, può trasformarsi anche in luogo d’incontro, spazio di scambio relazionale. Il passaggio dal “corpo compresso” al “corpo espresso” è, tuttavia, lento. Il “corpo compresso” è sempre un corpo compresso dal limite. Un limite può essere, appunto, l’ospedale o la malattia stessa. Ma è Oliver Sacks, l’autore di “Un antropologo su Marte” e di “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” a fornirci una prospettiva interessante e, possibilmente una risposta. Nell’introduzione al primo dei due libri sopra citati, egli asserisce: “Difetti, disturbi e malattie possono avere un ruolo di paradosso, portando alla luce risorse, sviluppi, evoluzioni e forme di vita latenti che, in loro assenza, potrebbero non essere mai osservati e nemmeno immaginati”. La prospettiva di Sacks apre potenzialità piuttosto inesplorate, che consistono nel vedere il momento di compressione come paradossalmente positivo. In altre parole, se esiste un problema, esiste anche la sua soluzione. La formazione del problema, per dirla con Watzlawick, dipende da un insieme di premesse sbagliate che pretenderebbero che il contesto situazionale fosse diverso da quello che effettivamente è (vd. mio link: Teatroterapia, citazione sulla destra). Prendiamo ad esempio un bambino diversamente abile. Ora, quando nasce un bambino all’interno di una coppia genitoriale, il suo corpo diventa corpo ereditante, nel senso che diventa il luogo dell’espressione del desiderio dei genitori che lo hanno creato. Ma non è solo il luogo dell’espressione del desiderio dei genitori; è anche la rappresentazione fisica dei desideri sociali che gli stanno intorno. Non a caso tutti i bambini assomigliano a mamma e papà non appena nati. Non a caso esperimenti in questa direzione con bambini adottati hanno lo stesso risultato: il bambino adottato assomiglia al papà e alla mamma che l’hanno adottato. Assomiglia per il corpo sociale, assomiglia per il papà e la mamma, come se in qualche modo il bambino per sua natura o per sua struttura, si facesse somigliante a qualcosa. Allora il corpo ereditante è quel corpo di bambino che, nell’esperienza dei primi giorni di vita, ha la possibilità di offrire a chi l’ha creato la proiezione del desiderio. E’ un corpo estremamente variabile, sia per composizione che per proiezione, che diviene l’oggetto dell’investimento di tipo lipidico, di tipo affettivo primario. L’altra opzione del corpo ereditante è il corpo ereditato. Il corpo ereditante diventa corpo ereditato nel momento in cui i genitori non riescono più a collocare su quel corpo le proiezioni del loro desiderio. Il corpo introduce l’esperienza fisica del limite sul piano della sua conformazione. Dopo quattro, cinque, sei giorni di vita il bambino inizia ad introdurre l’esperienza assoluta della resistenza al mondo; inizia a non offrire più la possibilità di proiezione indiscutibile del desiderio del genitore. Ci sono situazioni in cui il corpo biologico in qualche misura copre, schiaccia il corpo psicologico. Ciò induce il genitore a non poter più proiettare il duo desiderio individuale o genitoriale sul bambino. Il corpo ereditato è un corpo biologico che presenta fin dall’inizio una dimensione di compressione della sua possibilità. Il corpo ereditante, invece, essendo l’impulso del desiderio genitoriale, è un corpo che ha estensione infinita e che si definirà nel momento in cui cresce, si evolve, introietta il desiderio del genitore, dell’altro, costruisce il suo desiderio, si pone attorno al suo corpo sociale e decide, costruisce la propria identità fisica di corpo effettivamente in grado di stare al mondo. Il rapporto tra corpo ereditante e corpo ereditato è assolutamente fondamentale. Di fronte al corpo ereditato, limitato e compresso per natura, l’esperienza del lutto, della ferita in qualche misura narcisistica, ma sicuramente esistenziale, che la coppia genitoriale si trova a dover sopportare, è un episodio dell’esperienza dei genitori che segna in maniera indelebile la vita. Per vari motivi legati alla sofferenza, all’esperienza genitoriale di rapporto con il corpo limitato del figlio, al corpo ereditato non viene concessa la possibilità di aprire lo spazio del desiderio sul futuro. Corpo ereditante e corpo ereditato rivelano una differenza sostanziale nella loro relazione con il corpo compresso. Solo il corpo ereditante ha la possibilità di esperire la dimensione del corpo compresso in modo evolutivo per la struttura del sé. Il corpo è il primo principio di realtà effettivo e introduce nel bambino l’esperienza di coscienza del limite. L’impossibilità di esperire il corpo compresso, di avere la percezione nitida e netta del corpo limitato, del corpo come limite, non permette alla persona di andare avanti, di evolvere, di costruire una sua identità. E ciò viene esperito dal bambino inizialmente nel gioco. Di fronte ad un limite l’individuo deve sapersi riprogettare, introducendo un’azione progettuale come spazio di costruzione di sè.
[1] Si tenga tuttavia conto che in ospedale è garantito a ciascun degente ospedalizzato in Pediatria (fascia d’età: 0-18 anni) un servizio pedagogico-educativo, dal lun. al ven., chiamato: Scuola in ospedale. Se qualcuno fosse interessato, può chiedere alla ‘Scuola in ospedale’ degli Ospedali Riuniti di Bergamo il fascicolo che viene redatto annualmente, dal titolo: “A scuola in pigiama”, contenente i resoconti di tutti i degenti pediatrici, sotto diverse forme: disegni, filastrocche, poesie, brevi narrazioni in prosa concernenti la propria esperienza di ospedalizzazione.
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 19 Novembre 2009 15:40 |






